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lunedì 16 luglio 2012

L’USCITA DALL’EURO NON E’ PIU’ SOLTANTO UN SOGNO LONTANO MA UNA CONCRETA REALTA’

di Pietro Valerio.
Ho fatto un sogno. Ho sognato che accendendo la televisione e guardando il telegiornale di una rete nazionale, avrei un giorno visto il servizio mandato in onda dalla coraggiosa emittente regionale TeleToscana Nord. Un servizio chiaro, sintetico, diretto che spiega tutto ciò che è avvenuto in Europa dall’introduzione dell’euro ad oggi senza troppe reticenze, omissioni. Il passo indietro della politica che ha volutamente aperto la strada alla tirannia dei mercati, il vero obiettivo dell’Unione Europea e della BCE che è sempre stato quello di privare i governi nazionali della loro sovranità politica e democratica, le possibili strade per uscire dalla dittatura della finanza seguendo magari l’esempio dell’Argentina, che dopo la crisi e il fallimento ha ripreso a crescere grazie al ritorno alla propria sovranità monetaria.

La rete televisiva locale TeleToscana Nord è stata coraggiosa non tanto perché si è schierata aggressivamente contro i cosiddetti poteri forti (chi sono? Quali sono i loro nomi?) ma perchè dire la verità oggi in Italia rappresenta un atto di coraggio. Nessun giornalista nazionale direbbe apertamente le cose dette nel servizio perché avrebbe paura di urtare la sensibilità dei politici al governo, i quali a loro volta non spiegano mai apertamente ai cittadini come stanno in realtà le cose perché temono di infastidire gli innominati dei poteri forti finanziari. Ma ascoltando il servizio avrete potuto notare che il giornalista non accenna mai a complotti della finanza, intrighi internazionali, ma ha descritto soltanto lo svolgimento dei fatti. Un vero miracolo.

Dire che la rinuncia alla sovranità monetaria e l’autonomia della BCE comporta la sudditanza nei confronti delle banche, che sono le uniche ad arricchirsi ogni volta che uno stato si indebita e paga maggiori interessi, non è altro che descrivere la verità di un fatto incontestabile. Altra cosa invece sarebbe capire perché gli stati dell’eurozona e i dirigenti politici di ogni singola nazione abbiano scelto volontariamente di aderire a questo progetto strampalato di unificazione monetaria, che non ha alcuna base scientifica: secondo le più accreditate teorie delle aree valutarie ottimali sappiamo infatti che non esistevano in Europa i presupposti di mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro) per potere fronteggiare eventuali shock asimmetrici. Quindi perché i nostri politici sono andati avanti lo stesso?

Facciamo alcune ipotesi. I nostri politici sono degli incompetenti e pensavano davvero che aggregarsi ad un progetto di moneta forte non svalutabile avrebbe comportato dei vantaggi per l’economia italiana. I nostri politici sono dei mercenari e sapevano già che un’unione monetaria così fatta avrebbe avvantaggiato soltanto i paesi strutturalmente più forti e costretto i più deboli a scaricare i costi sui salari dei lavoratori (svalutazione interna). Infine la via di mezzo: i nostri politici sanno e capiscono tutto ma non fidandosi della loro capacità di amministrare bene lo stato senza sperperi e sprechi, hanno preferito affidarsi al giudizio dei mercati finanziari, come se questi ultimi conoscano meglio di chiunque altro quale sia il metodo più razionale e sostenibile per indirizzare gli investimenti.

Questa terza ipotesi è sicuramente la più curiosa, perché prevede un misto fra l’incompetenza e la malafede. Togliere agli stati la possibilità di utilizzare la propria moneta e la propria banca centrale per finanziare la spesa pubblica affidandosi esclusivamente al sostegno dei mercati significa non capire affatto come funzionano i mercati finanziari internazionali. Gli investitori della finanza ragionano infatti sempre in un’ottica di breve periodo, cercando guadagni facili, alti e possibilmente privi di rischio, mentre uno stato per definizione deve concentrarsi sugli investimenti di lungo periodo, che includono il miglioramento delle infrastrutture pubbliche e il benessere sociale della cittadinanza, in termini di reddito e servizi. Fra le due visioni c’è un abisso di incompatibilità, che si è rivelata in tutta la sua grandezza nell’errata valutazione dei mercati dei titoli di stato di paesi con problemi strutturali come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, che per molti anni sono stati scambiati ad un valore abbondantemente al di sopra di quello reale. Fra l’altro se i mercati fossero così corretti, imparziali e precisi nelle loro scelte di investimento non assisteremmo con ciclica frequenza all’insorgere di bolle speculative o crisi finanziarie.

Eppure i politici italiani, che ormai possono essere tranquillamente divisi in neoliberisti conservatori (PDL, Terzo Polo) e neoliberisti riformatori (PD, Italia dei Valori), hanno sempre creduto nella validità universale e assoluta del giudizio dei mercati, appoggiando con convinzione la linea dell’austerità tedesca e le iniziative di aumento della pressione fiscale di Monti. Almeno fino a quando all’orizzonte non è apparsa la stella di Hollande, che insediandosi all’Eliseo potrebbe stravolgere l’attuale struttura dell’Unione Monetaria Europea, mettendo un freno alle politiche di rigore imposte dal Fiscal Compact e cambiando lo statuto della BCE per consentire i finanziamenti diretti agli stati. Da Bersani a D’Alema a Tremonti, è stato un coro di consenso trasversale alla possibilità del cambio di guardia alla presidenza della Francia, ma abituati come sono a salire sul carro del vincitore i politici italiani non si sono accorti delle loro infinite contraddizioni: ma se auspicano tanto un cambiamento strutturale ed epocale dell’Unione Europea perché non cominciano a muoversi autonomamente?

Chiedere a gran voce ai francesi di intervenire per invertire la rotta e intanto votare nel silenzio più assoluto il pareggio di bilancio in costituzione è un comportamento un po’ anomalo e ambiguo. Ma se i politici ormai ci hanno abituato a queste acrobazie dell’incoerenza, cosa dicono i tecnici? Lo stesso Monti al momento del suo insediamento aveva timidamente dichiarato che dopo avere svolto il compitino a casa, che si è rivelato il solito salasso per le fasce deboli, avrebbe fatto delle precise richieste a Bruxelles. Quali? Quando inizia a farsi sentire e a battere i pugni? Cosa sta aspettando? Il governo Monti ha una maggioranza bulgara, il consenso popolare e i suoi sostenitori politici sembrano scalpitare, quantomeno a parole, per rivedere alcuni vincoli inaccettabili dei trattati europei. Eppure al momento di descrivere punto per punto le modifiche da apportare, bocche cucite e divagazioni varie.

Attendere la vittoria di Hollande per mettersi alla ruota del suo carro e puntare il dito contro gli errori e orrori dell’eurozona, sembra il consueto atteggiamento vile di chi si nasconde dietro un paravento per paura di esporsi in prima persona. I nostri governanti aspettano che sia Hollande a lanciarsi impavido contro i tecnocrati europei e la perfida Merkel, verificheranno quale sarà il risultato di questo scontro frontale e poi decideranno da che parte schierarsi. Se vince la linea del cambiamento di Hollande, allora non c’è dubbio che i soliti veterani della viltà italica annunceranno trionfanti: “Io avevo sempre sostenuto che così com’era l’eurozona non poteva funzionare, la strategia dell’austerità della Germania ha solo peggiorato le cose, lo statuto della BCE andava cambiato, lo capisce anche un bambino etc”. Viceversa se dovesse vincere il fronte del rigore della Merkel, tutti di nuovo in riga a trottare, perché a differenza dei bambini che hanno il coraggio di parlare, di esprimere concetti chiari e comprensibili, i nostri politici annaspano nella vaghezza più assoluta, cambiando opinione come delle banderuole a seconda di dove tira il vento e assicurandosi sempre di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte per non scontentare nessuno.

Ma la verità di fondo di questa estrema prudenza purtroppo potrebbe essere un’altra. I vari D’Alema, Bersani, Alfano, Tremonti, Casini hanno riconosciuto in Hollande un loro simile, un alleato, un neoliberista della stessa pasta che non si sognerebbe nemmeno per sbaglio di cambiare una virgola dei trattati europei, che tanti vantaggi comportano agli adorati sponsor dell’alta finanza e indirettamente anche a loro stessi. I suoi discorsi demagogici fanno parte di un copione già scritto da utilizzare soltanto in campagna elettorale. Quando incalzati dalle elezioni, quasi tutti i politicanti neoliberisti, di destra o sinistra che siano (la differenza ormai nessuno la conosce), iniziano a scagliarsi contro la finanza, i grandi redditi, l’eccessiva pressione fiscale, le storture del progetto europeo, ma poi arrivati alla resa dei conti si fermano sempre davanti ai soliti ostacoli: “Questo non si può fare perché ce lo vieta l’Europa, questo si deve fare perché ce lo chiede l’Europa, non possiamo permettere la fuga dei capitali, la Tobin tax si deve fare a livello mondiale, la BCE deve mantenere il suo ruolo di garante della stabilità dei prezzi etc”.

Messo da parte il furbo Hollande, la vera novità dell’ultima tornata elettorale francese è stata invece il clamoroso successo del partito di estrema destra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che aveva un programma chiaro e senza mezze misure: uscire dall’euro subito, perchè questa moneta sbagliata e fallimentare ci sta ammazzando tutti. Se non fosse stato per le sue posizioni xenofobe contro l’immigrazione, Marine Le Pen avrebbe sicuramente raccolto ancora più voti rispetto al già incredibile 18%, perché meglio di chiunque altro aveva centrato in pieno il cuore di tutti i problemi europei. E’ inutile tergiversare, questa lotta al massacro farà cadere ad uno ed uno tutti i paesi europei e per diverse ragioni di parte e interessi nazionalistici, nessuno avrà mai il coraggio di cambiare i trattati o la forza di modificare gli equilibri attuali. Quindi invece che stare ancora su questo treno malandato e impazzito senza conducente, meglio scendere subito e percorrere a piedi un’altra strada.

Ancora in Europa non si era mai vista una posizione così chiara, autorevole e determinata che indicasse nell’uscita dall’euro l’unica strada percorribile. Se confrontiamo la limpidezza della Le Pen con la confusa ambiguità del maggiore movimento politico di estrazione populista, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ci accorgiamo delle enormi differenze che esistono fra chi ha le idee chiare e chi invece sguazza nella propaganda fine a se stessa vivendo soltanto di sondaggi e di fiammate improvvise. Beppe Grillo infatti non ha mai avuto una posizione netta e univoca sull’uscita o meno dall’euro, dichiarando un giorno sottovoce che l’euro è una schifezza e ripiegando il giorno dopo sulla solita banalità che senza l’euro potremmo stare anche peggio. Se diamo un’occhiata al programma economico del Movimento 5 Stelle possiamo ritrovare questi punti:
  • Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno
  • Allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei
  • Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari
  • Favorire le produzioni locali
  • Sostenere le società no profit
  • Sussidio di disoccupazione garantito

Tutte proposte condivisibili e sottoscrivibili in pieno, ma come volevasi dimostrare spulciando il programma del Movimento 5 Stelle non c’è nessuna posizione definitiva riguardo all’euro e alla sostenibilità dell’intera eurozona, perché a Beppe Grillo non interessa risolvere i problemi ma speculare e vivacchiare sui problemi esistenti: il suo Movimento 5 Stelle è in pratica come la Chiesa che senza la fame del mondo e la sua funzione caritatevole non avrebbe più alcun senso di esistere.

Ma se non vuole ritornare ad una piena sovranità monetaria, potrebbe spiegarci Beppe Grillo o qualcuno dei suoi come intende trovare i soldi per finanziare questi progetti? Vuole aumentare le tasse? Oppure vuole ridurre soltanto gli sprechi come è giusto che sia? E una volta azzerati gli sprechi e ridotto all’osso lo Stato, come intende continuare a finanziare gli altri progetti? Sa Beppe Grillo che per detassare e sostenere con sussidi le imprese nazionali non bisogna avere vincoli di bilancio pubblico?

Insomma, il populismo all’acqua di rose di Beppe Grillo, che giustamente non vuole avere alcuna connotazione politica, vive sull’astrattezza pura e non va mai oltre il seminato delle sue battaglie sacrosante per la difesa del territorio e l’importanza strategica delle amministrazioni locali. Ma se messo di fronte ad una visione più ampia e lungimirante degli eventi il Movimento 5 Stelle si ferma bruscamente perché sembra non volere pestare i piedi a nessuno, tranne a quei pochi sciamannati del teatrino della politica italiana, che sono ormai un bersaglio fin troppo facile e comodo per chiunque. In Italia quindi devono essere ben altri i movimenti e i partiti politici extra-parlamentari che devono sobbarcarsi l’impegno di una seria lotta all’euro, senza pregiudiziali o compromessi di sorta. Una lotta basata su dati di fatto reali, evidenze empiriche, ragionamenti logici che dimostrano come una moneta sbagliata, gestita in maniera sbagliata, può essere la più grave minaccia per la stabilità sociale ed economica di una nazione.

Nessuno vuole fare una battaglia all’euro per partito preso, ma è l’euro stesso, per come è stato progettato e congegnato, a muovere una guerra devastante contro tutti i popoli europei. Se non si ha coscienza di questa verità, non si può andare da nessuna parte se non infilarsi nel vicolo cieco dell’austerità, dell’intervento sovranazionale della trojka (UE, BCE, FMI), della ristrutturazione del debito in stile greco e del ritorno al punto di partenza, senza avere risolto nessuna delle cause del tracollo. Per fortuna però in Italia comincia a muoversi qualcosa, come dimostra questo ottimo articolo di Claudio Borghi su Il Giornale, dal titolo emblematico: “Ora l’uscita dall’euro non è una bestemmia”. Ma è sempre dall’estero che dobbiamo ricevere le indicazioni più preziose per capire quali strade seguire per un’uscita rapida ed indolore dall’euro, come suggerisce l’inglese The Economist (vedi l’interessante mappa interattiva sotto che chiarisce quale sia la situazione attuale dell’Unione Europea).

http://media.economist.com/sites/defaul ... roEcon.swf

I politici e i cittadini europei devono cominciare a prendere in considerazione quello che prima era ritenuto impensabile. La storia è disseminata di unioni monetarie che si sono sciolte per palesi difetti di progettazione. L'Irlanda ha lasciato la zona sterlina. I paesi baltici sono fuggiti dal rublo russo. I cechi e gli slovacchi si sono separati reciprocamente. Perché l'euro non dovrebbe rompersi?

I fondatori dell'euro sono stati troppo superficiali a non prevedere turbolenze capaci di evidenziare come accade oggi le lacune di progettazione, perché forse erano concentrati a creare un serio rivale del dollaro americano. E invece i padri dell’euro sono riusciti nell’impresa non facile di ricreare una versione moderna del gold standard, abbandonata quasi cento anni fa dai loro predecessori. Incapaci di svalutare la propria moneta, i paesi europei stanno lottando l’uno contro l’altro per cercare di riguadagnare competitività tramite la "svalutazione interna", vale a dire, spingendo verso il basso i salari e i prezzi.
Una strategia dolorosa che sta portando in Grecia e Spagna una disoccupazione superiore al 20%, senza peraltro superare la diffidenza dei creditori internazionali, che continuano a dubitare sulla tenuta futura dell’euro. Quale sarebbe la ragione di vivere con questo giogo? I trattati possono dichiarare l'euro "irrevocabile", ma i trattati possono pure essere cambiati in qualsiasi momento. Il primo tabù è stato rotto l'anno scorso quando la Germania e Francia hanno minacciato di espellere dall’euro la Grecia dopo che il governo ellenico di Papandreou aveva proposto un referendum sui nuovi termini del piano di ristrutturazione del debito.
Uno dei motivi che tiene ancora in piedi l’euro è la paura di un caos finanziario ed economico senza precedenti. Un altro è l'impulso a difendere l'investimento politico pluridecennale nel progetto europeo e le proprie posizioni forti acquisite nel tempo, come quella della Germania. Non a caso, nonostante il secondo salvataggio della Grecia, la cancelliera tedesca Angela Merkel continua a ripetere che l’uscita dall’euro sarebbe "catastrofica". La signora Merkel però non è pronta a prendere i provvedimenti definitivi necessari per stabilizzare l'euro una volta per tutte. La decisione della scorsa settimana di alzare il firewall fino a 800 miliardi di euro è solo di facciata, perché le vere potenzialità di prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM) sarà di 500 miliardi di euro. E non c'è alcuna prospettiva, almeno per ora, di socializzare una parte del debito complessivo tramite eurobond o altri strumenti finanziari.

Così la zona euro resta vulnerabile a qualsiasi shock interno o esterno. I mercati restano ancora preoccupati per il rischio di un default e di un crollo parziale o totale dell'euro. Il buon senso suggerisce che i leader europei dovrebbero iniziare a pensare a come gestire un'eventuale rottura improvvisa della moneta, ma nessuno di loro ha ancora il coraggio di pianificare un serio programma di uscita ordinata.

Paradossalmente, sono gli stati fuori dall’euro come la Gran Bretagna a riflettere e valutare le varie alternative. Un gruppo di esperti inglesi vicini al Partito Conservatore euroscettico hanno indetto un concorso per premiare con 250.000 sterline il miglior piano per gestire l’uscita dall'euro dei paesi dell’eurozona. Uno dei concorrenti, Jonathan Tepper, ha elencato 69 casi di rottura di una valuta o unione monetaria nel secolo scorso. Nella maggior parte degli esempi riportati i paesi coinvolti non hanno avuto gravi danni economici a lungo termine. In realtà, lasciando l'euro sarebbe più probabile che i paesi più in difficoltà sarebbero in grado di recuperare in fretta. Riprendendo la storia della scomparsa dell'Impero Austro-Ungarico, il signor Tepper ha illustrato uno scenario per l’uscita della Grecia.

I titoli di stato denominati in euro dovrebbero essere convertiti in dracma, mentre quelli denominati in valuta straniera verrebbero ristrutturati. Bisognerebbe tenere chiuse le banche per almeno una settimana per aggiornare il software e cambiare tutti i depositi in nuovi dracme. Dovrebbero essere effettuati controlli sui capitali per impedire la fuga di denaro all'estero. Per i contanti, i greci potrebbero utilizzare le banconote in euro esistenti segnalati magari con un particolare inchiostro o un timbro. Una volta stampate le nuove banconote dracma, verrebbero ritirate le vecchie banconote euro e il passaggio sarebbe in pratica concluso.

Un altro concorrente finalista, Roger Bootle, sostiene che potrebbe essere migliore iniziare con la partenza della Germania e degli altri paesi forti. Ma ad ogni modo qualsiasi frammentazione creerà vincitori e vinti, con molti fallimenti e problemi legali. Le imprese coinvolte in attività transfrontaliere troverebbero di colpo che le loro attività e passività avranno cambiato valore. La stima dei danni sarebbe così grande, e i contenziosi così rovinosi, che l'opzione migliore è quella di abolire il corso legale dell'euro non appena un paese lascia l’unione monetaria, in modo da invalidare tutti i contratti in euro.

Nel loro programma Jens Nordvig e Nick Firoozye sostengono che mettendo a punto una pianificazione controllata si potrebbero ridurre incertezze e perdite. In base alle informazioni attuali ci sono circa 30 miliardi di euro di attività transfrontaliere denominate sotto una giurisdizione straniera, comprese obbligazioni, prestiti, derivati e swap. Le turbolenze potrebbero essere minimizzate attraverso la conversione di tutti questi contratti in una forma modificata dell'Unità Monetaria Europea (ECU, European Currency Unit), il paniere di valute nazionali che ha preceduto l'introduzione dell’euro. Catherine Dobbs, l'ultima concorrente, propone di rimediare la frittata dividendo l'euro in due (o più) zone: "tuorlo" e "albume". Ogni nuova valuta nazionale verrebbe convertita in una combinazione fissa dei due euro. I risparmiatori verrebbero così protetti, almeno inizialmente, da eccessive svalutazioni e la fuga di capitali verso altri paesi della zona euro sarebbe scoraggiata. Nel corso del tempo, il più debole tuorlo comincerebbe poi a svalutare rispetto all’albume più forte.

Insomma le idee non mancano, ma il destino dell'euro sarà probabilmente determinato da una convergenza di scelte politiche ed economiche. Uno stato debitore, come l’Italia o la Spagna, potrebbe alla fine stancarsi di applicare programmi di austerità o svalutazione interna. Uno stato creditore a sua volta potrebbe stancarsi di sostenere gli altri. Ma l'esito peggiore di eventuali controversie sarebbe un’uscita caotica dall’euro, mentre un ordinato processo di uscita potrebbe diminuire le perdite e aumentare i benefici del ritorno alla sovranità monetaria, salvando dalla disintegrazione i principi generali e fondamentali del mercato unico, a cui nessun paese in verità ha mai detto di voler rinunciare. Chissà magari il sogno di liberarci definitivamente dalla prigionia dell’euro potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo.


FONTE

domenica 15 luglio 2012

VOI SIETE QUI - NOI DEL CENTRO ANZIANI "AI PINI"



Di tutte le riflessioni, le analisi, i commenti, le elucubrazioni e i retroscena sulla ricomparsa di Silvio Berlusconi ce n’è una che spiega tutto in una riga. “Lei è un militante del PdL?”, chiede il cronista a un signore cammellato in pullman a un convegno. E quello: “No, io sono del centro anziani Ai Pini”. Basta, chiuso, finito. Persino Altan non avrebbe potuto fare di meglio.

Ma poi, pensandoci, non siamo un po’ tutti del centro anziani Ai Pini? Non siamo un po’ tutti in gita con il sacchettino del pranzo, il miraggio che ci vendano qualche pentola a poco prezzo, la speranza di divagarci un po’? Sì, è così. Siamo in viaggio premio verso l’Idaho dove andiamo a tentare la bella figura con i potenti del mondo, quelli veri, quelli che hanno inventato Apple, o Microsoft, o Facebook, noi che abbiamo inventato al massimo la Fornero.

E quella volta che siamo stati caricati su un pullman per vedere la strabiliante modernità dell’Europa con la sua moneta unica e imbattibile, e siamo tornati tristi e stanchi rimirando le rovine? E quando ci hanno raccontato di uno strabiliante rilancio, Fabbrica Italia, investimenti per 20 miliardi sull’auto e poi marameo e chi si è visto si è visto? E non siamo noi, alla fine, quelli del viaggetto rigenerante nei territori del welfare 2.0 dove sì, d’accordo, un po’ meno diritti per chi ce li ha (aveva), ma sai che cuccagna poi per i precari?

E ogni volta noi del centro anziani Ai Pini ci siamo messi in fila e siamo saliti sul torpedone ebbri di speranza, incoraggiati dagli imbonitori dei grandi giornali. E ogni volta siamo tornati stanchi e assetati, spossati e delusi. Non ci hanno nemmeno venduto le pentole, ci hanno solo dato il volantino della prossima gita organizzata dalla Bce: coraggio, più flessibili e stipendi più bassi e dopo vedrete che figata!

E ora eccoci qui ad aspettare la prossima gita, la prossima fregatura concepita per il nostro bene, ci mancherebbe. Noi, noi del centro anziani Ai Pini, le vere vittime di “devastazione e saccheggio”, noi che torniamo da ogni gita con meno soldi, meno diritti, meno prospettive, meno speranze e meno giustizia.

E pure senza pentole.

FONTE

sabato 30 giugno 2012

CUI PRODEST ?



Il crollo dell'Euro provocherebbe problemi enormi alle già fragili economie di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagne e Italia.
Ma quali sarebbero le conseguenze per la Germania? "Sarebbero catastrofiche anche per Berlino", scrive Der Spiegel, citando uno studio del ministero delle finanze tedesco.

Le previsioni sono così negative, aggiunge il settimanale, che gli esperti del ministero "hanno deciso di non rendere pubblico il documento, per paura che facesse crescere ulteriormente i costi per il salvataggio della moneta unica".

Il crollo dell'Euro, infatti, "provocherebbe la fine del miracolo economico della Germania, con il fallimento di molte banche e imprese, costrette a cancellare dai loro bilanci diversi crediti e partecipazioni in altre aziende".

Secondo lo scenario dipinto dal ministero, "durante il primo anno senza Euro il pil tedesco crollerebbe del 10 per cento e il numero dei disoccupati salirebbe sopra i cinque milioni".

A quel punto la Germania dovrebbe rinunciare per anni al pareggio di bilancio, perché le entrate fiscali calerebbero, mentre lo stato sarebbe costretto a spendere miliardi per salvare le banche e sostenere i disoccupati.

Questo articolo di Der Spiegel, tratto dalla rivista Internazionale, spiega bene i pilastri su cui oggi si basa l'Unione Europea.

Primo, si basa sul principio, per nulla solidale o democratico, che comanda il più forte. Cioè è la Germania che detta le regole, perché con il sistema attualmente in vigore è lo stato europeo che ne trae i più cospicui vantaggi.

Secondo, ci dice che, stando così le cose, la Germania si avvantaggia, a condizione che altri stati, chi più (la Grecia) chi meno (Spagna, Irlanda, Portogallo), siano in una equivalente situazione di difficoltà. Il sistema in questo modo raggiunge un livello di equilibrio: maggiori sono i vantaggi di un elemento, altrettanto grandi devono essere le difficoltà dell'altro.

E' anche chiaro che questo sistema per funzionare necessita della partecipazione di tutti gli elementi. La defezione anche di uno solo ne determinerebbe il collasso irreversibile.
Metaforicamente, stiamo parlando di una nave che sta affondando il cui capitano obbliga il resto dell'equipaggio a morire con lui.

Oggi abbiamo in Europa un concetto di spazio vitale che, a differenza di settant'anni fa, non si appoggia più sulla forza militare ma su quella economica. La Germania ha bisogno di quello spazio vitale per espandersi a discapito degli altri.

Settant'anni fa il progetto non riuscì e quando Hitler si rese conto che l'ideale nazionalsocialista era destinato a crollare, in ossequio alla teoria dell'evoluzione delle specie, diede ordine di fare della Germania un ammasso di macerie, poiché il popolo tedesco si era dimostrato debole e di conseguenza era giusto che si autoannientasse.
Oggi lo spazio vitale sta dando vistosi segni di cedimento. In quest'ottica, l'ammonimento della Merkel che se crollasse l'Euro non si potrebbero garantire altri settant'anni di pace è una ben concreta minaccia, visto da dove arriva.

martedì 26 giugno 2012

TRATTORIA EUROPA




Fiducia a tappe forzate sulla riforma del lavoro, la cosiddetta "boiata Fornero".
Monti ha radunato i partiti che sostengono la sua maggioranza e li ha pregati di non rompere le balle, perché lui deve presentarsi al prossimo summit europeo con i compitini fatti, se no lo bocciano. E lui non vuole ripetere l'anno.

E mentre B. spara le sue cacchiate, Bersani dà del folle a chi pensa di uscire dall'Euro. Ovviamente senza spiegare cosa ci sarebbe di così geniale nel non abbandonare la nave che affonda.

Intanto questa sera i ministri economici europei si incontrano a cena, dove, tra una portata e l'altra, cercheranno di trovare l'ennesima toppa per procrastinare ulteriormente l'inevitabile tracollo e la relativa resa dei conti.

E' vero che non c'è posto migliore di una bella tavolata tra amici per imbastire una discussione. Però non mi sembra molto di buon gusto il fatto che chi dovrà prendere decisioni così importanti, lo faccia sempre mentre si abboffa come un porco.

Più che vertici Europei, mi sembrano percorsi enogastronomici.

venerdì 18 novembre 2011

DIECI PICCOLI INDIANI

Intervento di Nigel Farage, presidente del gruppo Europa della LIbertà e della Democrazia al Parlamento Europeo

"Eccoci qua, sull'orlo di un disastro finanziario e sociale e abbiamo oggi nella stanza le quattro persone che sarebbero dovuti essere responsabili. Abbiamo ascoltato i discorsi più ottusi e tecnocratici che abbia mai sentito. Siete tutti a negare! Secondo qualsiasi misuratore oggettivo, l'Euro è un fallimento. E chi è il responsabile? Chi è in carica di voi? La risposta è ovviamente: "Nessuno di voi, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricoprite in questa crisi." E in questo vuoto, seppur controvoglia, è entrata in scena Agela Merkel e viviamo ora in un'Europa dominata dalla Germania. Un'eventualità che il progetto europeo intendeva escludere. Una situazione per prevenire la quale chi ci ha preceduto ha pagato un caro prezzo in sangue. Io non voglio vivere in un un'Europa dominata dalla Germania e non lo vogliono i cittadini europei. Ma voi avete avuto un ruolo in tutto ciò. Perché quando il primo ministro Papandreou si è alzato e ha usato il termine "referendum" lei, signor Rehn lo ha descritto come una "violazione della fiducia", e i suoi amici qui si sono radunati come un branco di iene attorno a Papandreou, lo hanno fatto rimuovere e rimpiazzare con un governo-marionetta. Che spettacolo Assolutamente disgustoso è stato. E non soddisfatti, avete deciso che Berlusconi doveva andarsene. Così è stato rimosso e rimpiazzato da Monti, un ex commissario europeo, un architetto del disastro dell'Euro, un uomo che non era nemmeno membro del Parlamento.
Sta diventando come un romanzo di Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi è il prossimo che sarà fatto cadere. La differenza è che noi sappiamo chi sono i cattivi. Voi tutti dovreste essere ritenuti responsabili di ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati. E devo dire, signor Van Rompuy, 18 mesi fa quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un "assassino silenzioso delle democrazie degli stati nazionali". Ora non più, lei è piuttosto chiassoso nel suo operare, non crede? Lei, un uomo non eletto, è andato in Italia e ha detto: "Questo non è il tempo per le elezioni, ma è il tempo delle azioni". Per Dio, chi le dà il diritto di dire queste cose al popolo italiano?"

giovedì 3 novembre 2011

PAPANDREOU E IL REFERENDUM : ESEMPIO DI DEMOCRAZIA O CALCOLO POLITICO ?





Diciamo subito che il solo fatto che finalmente ci sia chi, a sorpresa, darà la parola al popolo è cosa buona e giusta.

Che il primo ministro greco Papandreou, con il suo annuncio di indire il referendum, abbia fatto molto irritare l'establishment europeo e la Trojka, mi sembra positivo: questi organismi sovranazionali, infatti, hanno dovuto per un attimo gettare la loro maschera di istituzioni democratiche e schierarsi ringhiosi contro un referendum popolare. Segno evidente che gli interessi che tutelano sono incompatibili con quelli dei comuni cittadini, che vanno benissimo per essere dissanguati, ma di cui evidentemente temono molto la partecipazione attiva alla vita politica.

Da questo punto di vista, quindi, la loro irritazione con la conseguente minaccia di sospendere l'accordo di salvataggio potrebbe voler dire che qualche bastone tra le ruote si può metterglielo. E qui si potrebbe aprire una piccola parentesi per domandarsi che senso abbia salvare uno Stato che ha già ampiamente dimostratao di non poter pagare i propri debiti concedendogli ulteriori prestiti che, a maggior ragione, non potrà onorare. E' chiaro che il salvataggio riguarderà esclusivamente i creditori e che della Grecia fanno gola i beni pubblici: di chi ci abita, chi se ne frega.
Chiusa parentesi.

Sarebbe però anche interessante cercare di capire per quale motivo il premier Papandreou abbia preso una decisione che è sicuramente molto rischiosa.
I casi sono due: o ci troviamo di fronte all'ultimo baluardo democratico che si immola contro il potere delle élites finanziarie, oppure c'è sotto qualcosa che ancora non è chiaro.
Dato che si tratta di un politico di lungo corso, ministro degli esteri negli anni dal 1999 al 2004 - quando, coiè, la Grecia entrava nell'Euro - sarei cauto nel dipingerlo come un eroe dell'antieuropeismo.

Sicuramente bisogna dargli atto che la mossa del referendum è intelligente. Pur essendo estremamente rischiosa, perché al momento è quanto meno improbabile che i greci confermino volontariamente di volersi stringere da soli il cappio attorno al collo, in questo modo Papandreou ottiene subito dei risultati: da un lato, probabilmente blocca le manovre per far cadere il suo governo, dato che l'opposizione dovrebbe schierarsi apertamente contro la consultazione diretta del popolo.
In più, agendo in questo modo, dà chiaramente la possibilità ai cittadini di esprimersi, stemperando molto le tensioni sociali che stanno montando nel paese con manifestazioni di piazza sempre più violente. Con il referendum non ci sarebbe in teoria più bisogno di devastare tutto per farsi ascoltare.

C'è poi l'improvvisa decisione di sostituire l'intero vertice della forze armate greche.
Il britannico Telegraph ha riferito di una battuta che circolava negli ambienti finanziari, e forse anche nel governo britannico: "Sarebbe un bene ora, una giunta militare in Grecia, magari salita al potere con un colpo di stato, perché giunte militari non possono essere un membro della Unione europea".
Devo dire che, all'inizio, ho pensato anch'io che Papandreou avesse agito per sventare sul nascere un golpe militare.
In Grecia, però, la situazione attuale è diversa da quella del '67 e la maggioranza dei greci non crede che il motivo della sostituzione sia questo. Del resto, non sarebbe molto sensato prevenire un colpo di Stato che farebbe automaticamente uscire il paese dalla Comunità Europea per poi farsi buttare fuori comunque.
Forse, quindi, l'avvicendamento potrebbe servire al premier greco per garantirsi dei vertici militari più fedeli e controllabili.

Occorrerà capire se Papandreou agisce così per profondo spirito democratico o per freddo calcolo politico.

sabato 8 ottobre 2011

PAOLO BARNARD : "IL PIU' GRANDE CRIMINE". AGGIORNAMENTO 7 : "SCIAME SISMICO"

Tre quarti catastrofico, nel finale un po’ di speranza. Lo dico con estrema serietà, non gioco a far sensazione con gli allarmi. Il motivo per cui scrivo ciò che segue è che se non si accetta di vedere le cose come esattamente stanno, non potremo mai agire per salvare il salvabile. I media e i pubblici ufficiali mentono, non ci dicono neppure un terzo della verità. Temono il panico civile, ma così ci condannano.

Sappiamo per certo (gli abruzzesi più di tutti purtroppo) che prima di un devastante terremoto ci sono dei segnali precisi da cogliere. Per esempio il cosiddetto sciame sismico, oppure la fuga inspiegabile e in massa di animali dai boschi o dagli stagni, o i cambiamenti nella ionosfera e le emissioni anomale di gas radon dal terreno. Poi arriva il cataclisma. Nell’economia della nostra vita di oggi, parlo di voi famiglie, sta accadendo la stessa identica cosa. Ci sono i segnali peggiori, ci sono tutti, si stanno srotolando davanti ai nostri occhi in queste ore, mentre state leggendo queste righe e smaltendo le calorie di Natale, e poi arriverà il cataclisma, ma non uno qualsiasi, sarà Il Cataclisma. Sui tempi non è possibile sbilanciarsi, ma non saranno decenni, al massimo 2 o 4 anni, forse prima. Di seguito quei segnali:

1) Gli Stati Uniti stanno nascondendo al mondo la gravità della crisi che hanno scatenato, soprattutto i devastanti danni interni al Paese stesso. Non trovo parole migliori per darvi l’idea di quanto appena affermato di quelle scritte il 13 dicembre scorso sull’acuto Huffington Post di Washington: “Se vi siete goduti i primi 3 round della crisi finanziaria, adorerete i prossimi 6, quando i mercati pesteranno a sangue le banche di Wall Street, con il governo che le rianimerà coi sali per un altro round di botte (mentre i manager incasseranno miliardi). Ma alla fine non funzionerà, Wall Street andrà al tappeto trascinandosi dietro i cittadini in una Grande Depressione che i vostri pronipoti studieranno sui libri di scuola, ridendo dei goffi tentativi di Obama di raddrizzare i conti mentre l’America si sta beccando in faccia la peggior tempesta di tutta la sua storia”.

Gli USA andranno al tappeto, per la semplice ragione che 35 anni di economia neoliberista li hanno letteralmente distrutti: le loro banche sono in pratica tutte fallite e si reggono solo grazie a esborsi immensi di denaro pubblico, ma non ce lo dicono; i debiti dei cittadini sono stellari e in aumento senza speranza di essere ripagati; i debiti delle municipalità ancora peggio, e stanno fallendo interi Stati dell’unione; e le dimensioni piene della truffa finanziaria che hanno sparso nel mondo neppure si sono manifestate ancora (i dettagli nei miei aggiornamenti precedenti). Il gigante a stelle e strisce non ha speranze, questa volta va al tappeto e tutto il mondo rimarrà di pietra. Basterebbe la grippatura del primo motore economico mondiale (non contate sulla decantata Cina, è ancora un nano rispetto agli USA) per garantire all’Europa il tracollo. Ma diciamola tutta, ma proprio tutta: noi europei siamo stati da 40 anni assoggettati alla nostra particolare cura all’arsenico chiamata Neomercantilismo franco-tedesco, più Unione Europea e Unione Monetaria (tutto spiegato nell’aggiornamento 6), per cui noi avremo il dubbio privilegio di vederci arrivare lo Tsunami americano mentre stiamo agonizzando sotto le macerie di un terremoto. E sarà ancora peggio per voi miei affezionati lettori, perché mentre sguazzeremo fra i relitti del Titanic europeo che cola a picco nel gelo delle speranze, chi avrà letto Il Più Grande Crimine saprà che tutto questo fu precisamente voluto a tavolino da un nugolo di uomini che non erano né il Pdl, né la Mafia, né la Camorra, né la Casta.

2) Negli ultimi giorni i Credit Default Swaps (CDS) per chi investe nell’Eurozona sono andati alle stelle. Che significa? I CDS sono una sorta di assicurazione che un investitore fa per difendersi dal pericolo che i suoi investimenti finiscano al macero se i debitori fanno bancarotta. I mercati dei CDS sono un perfetto termometro della salute di quei debitori. Se si ritiene che essi siano affidabili, ok, ma se li si ritiene in punto di morte ovviamente il prezzo delle polizze CDS schizza alle stelle. Per esempio il CDS iTraxx Europe five-year index, che dice quanto affidabili siamo noi europei per chi ci vuole prestare denaro, è al livello record di 105. Ma ecco la chicca: vi ricordate che noi Stati dell’Eurozona siamo stati ridotti alla condizione di non avere più moneta sovrana (lire, marchi…) e di dover PRENDERE IN PRESTITO DAI PRIVATI OGNI SINGOLO EURO che spendiamo per la vita pubblica? Ecco, immaginate cosa ci costerà da adesso prendere in prestito tutti quei soldi con dei CDS a quel livello, cioè con gli investitori (coloro che ce li prestano) coi sudori ghiacci e quindi con tassi d’interesse - che gli dobbiamo pagare per compensare i loro rischi - altissimi. Ma non saranno nei guai solo i Tremonti della situazione, lo saranno anche le aziende (dove lavori tu), i negozi (dove lavori tu), i ristoranti e bar (idem), cioè chiunque dovrà lavorare con le banche dell’Eurozona per chiedere prestiti, perché la catena della sfiducia non si ferma, e infatti “il credito in Europa continuerà ad agonizzare… i problemi non se ne andranno nel 2011” dice Teo Lasarte, european credit strategist di Bank of America Merrill Lynch (loro se ne intendono).

3) Il 15 dicembre del 2010, l’agenzia di rating Moody’s ha lasciato intendere che declasserà i titoli di Stato spagnoli. Ovvero: i pescecani stanno girando in circoli sempre più stretti attorno alla Spagna. Al primo morso, affondiamo tutti fra le loro fauci. Che significa? Primo, se stiamo con la metafora degli squali, cioè coloro che ho descritto ne Il Più Grande Crimine e che profitteranno della nostra rovina, le agenzie di rating sono come chi ti spintona fuori bordo proprio mentre attorno alla barca si affollano i pescecani. Esse (Moody’s, Standard and Poor’s o Fitch), senza averne alcun diritto sancito da concordati internazionali, hanno il potere di bocciare l’affidabilità economica di interi Stati, cioè dicono: “La Spagna ha le pezze al sedere (troppo debito), e quindi da ora se essa vuole vendere i suoi titoli di Stato dovrà promettere tassi d’interesse molto più alti (per compensare il rischio di chi glieli compra)”. Immediatamente i mercati dicono alla Spagna “non ti diamo più un soldo se non fai quello che dice Moody’s”, e la Spagna non ha scelta, deve obbedire, perché ricordate che non ha più moneta sovrana, ha invece l’euro che deve sempre prendere in prestito appunto vendendo titoli di Stato. Ma questo innesca immediatamente un circolo vizioso micidiale, dove la bocciatura di Moody’s allarma i mercati, che pretendono più interessi dal governo, ma se il governo paga interessi più alti si indebita ancora di più e questo porta ad un’altra bocciatura di Moody’s che porta a costi sempre più alti per la Spagna, che portano ad altre bocciature… fino all’inferno. Cioè Irlanda e Grecia. Ma attenzione qui, perché ci sono due conseguenze, una sanguinosa, l’altra mortale. La prima è che uno Stato come la Spagna, con una disoccupazione al 20,6% (nei giovani 43,6%), dovrà disperatamente tagliare la spesa pubblica senza pietà al fine di compiacere ai mercati di cui sopra, il che innesca un altro circolo vizioso di licenziamenti, povertà, quindi meno consumi, quindi aziende che vanno sotto, quindi ancora licenziamenti ecc. Come è noto i tagli alla spesa pubblica sono oggi il comando perentorio in tutti gli Stati dell’euro, e il Financial Times scrive “questi correttivi di spesa smorzeranno i mercati del lavoro fino alla fine del 2011”… auguri, mie care famiglie. La seconda è che tutti gli economisti concordano che se la Spagna fa lo stesso botto di Irlanda e Grecia, questa volta esplode anche l’Europa, semplicemente perché un salvataggio della Spagna è troppo costoso. Cioè sbancherebbe tutta l’Eurozona. Moody’s ha entrambe i palmi delle mani appoggiati alla schiena di Madrid, che sta in bilico sul bordo della nave, e sotto ci sono fauci micidiali. Lo spintone non è una questione di forse, ma solo di quando, perché come ho già scritto in passato le cause del crollo europeo sono tutte ancora presenti (l’euro per primo) e nessun politico le ha mai volute veramente affrontare. La Spagna va sotto e noi tutti con lei. Fine dell’Eurozona e dell’Unione Europea.

4) La Swiss National Bank è stata la prima banca centrale europea a rifiutare ufficialmente i titoli di Stato portoghesi e irlandesi. Perché importa? Il segnale sia alle banche colleghe che ai mercati è drammatico, in particolare per i governi di Lisbona e Dublino che vengono così etichettati come infetti. Nel presente arrangiamento, dove la dipendenza degli Stati sovrani dai mercati è del 100%, ciò equivale a una ghettizzazione che non lascia speranza. Si noti come tutti questi segnali innescano sempre una spirale verso il basso da cui le nazioni colpite non possono salvarsi. Ciò non accade a caso, e lo spiego più sotto. L’estensione di questa ‘unzione’ da parte della Swiss National Bank a Spagna e Italia è del tutto fuori dal controllo dei relativi governi, e la SNB si è rifiutata di chiarire se ciò può accadere a breve, commentando glacialmente “Quello che conta è il mercato”.

5) George Soros ha detto che la UE è a rischio di distruzione. Perché questo tizio conta? Soros è il più autorevole e micidiale investitore privato del mondo, è l’uomo che nel 1992 ha spaccato la schiena alla Gran Bretagna facendone collassare la sterlina, e la GB non è il Burkina Faso, è uno dei Paesi più potenti del mondo. Poi ha tagliato le gambe all’Italia, alla Korea ecc. Una parola allarmante del sopraccitato ha sui mercati (sempre quelli da cui noi Stati dell’Eurozona dipendiamo per avere ogni singolo euro da spendere) lo stesso effetto che un ammalato di peste bubbonica avrebbe sulla folla in piazza se si mettesse a urlare “ho la peste!”. Esattamente 24 ore prima del sopraccitato annuncio di Moody’s, Soros aveva rilasciato al Financial Times di Londra la seguente dichiarazione: “I tassi d’interesse imposti ai titoli di Stato dei governi europei più deboli soggetti al salvataggio della UE sono troppo alti. Essi rendono impossibile per quei governi il riscatto a fronte degli Stati più forti. Il circolo vizioso renderà i governi deboli sempre più deboli, lo scontro fra debitori e creditori sarà più aspro, e c’è il pericolo concreto che l’euro finisca per distruggere la coesione politica e sociale dell’Unione Europea”. Capito mercati? l’Europa si sta suicidando, ha detto Soros. Così funzionano i ‘pizzini’ del Vero Potere, si parlano fra di loro in questo modo, e bisognerebbe che una Wikileaks veramente dedicata a spulciare nelle cose che contano (e non nel semi-nulla finora rivelato) divulgasse la lista delle scommesse con i derivati che il Soros Fund Management LLC del buon George ha piazzato in questi mesi, assieme alla ridda di altri scommettitori (chiamati Hedge Funds) internazionali. La domanda è: quante di queste scommesse sono state piazzate contro l’euro e l’Eurozona? L’uso dei derivati per scommettere contro interi Paesi destinati artificiosamente alla rovina non è una novità; nel mese di settembre del 2010 gli Hedge Funds (come quello di Soros) avevano già piazzato centinaia di milioni di dollari di scommesse contro la Grecia. Cioè: letteralmente sono come chi scommette 100 denari che il mercato della carne crollerà, e poi sparge la voce che c’è la mucca pazza nelle bistecche.

6) Dal vertice della Banca Centrale Europea, a quello della Banca d’Italia, per passare per i comunicati dei tecnocrati di Parigi e Berlino, il coro è unanime: il Patto di Stabilità va imposto con maggior rigore. Cioè: se il paziente sta soffocando, tappategli anche le narici. Questo significa che vogliono dare il colpo di grazia all’Europa e ammazzarla una volta per tutte. Spiego: quando l’Unione Monetaria (l’euro) fu creata, i suoi padri pensarono di dotarla di una camicia di forza, proprio così, infatti in gergo finanziario si parla di straightjacket. Si tratta cioè di regole per immobilizzare gli Stati aderenti in certe condizioni economiche, che sono: inflazione bassa e armonizzata, deficit di bilancio non oltre il 3% del Prodotto Interno Lordo (PIL) e debito pubblico non oltre il 60% del PIL. Questa camicia di forza è stata chiamata Patto di Stabilità. Ci dissero che avrebbe innescato un processo virtuoso per l’Europa dove gli Stati avrebbero ripulito i conti di casa e tutti saremmo stati più ricchi e felici. Balle, proprio una menzogna totale. Non voglio parlare difficile, ma guardate che oggi tutti, ma proprio tutti quelli che contano in economia e finanza hanno già detto che il Patto di Stabilità è un suicidio, è una corda saponata bella e buona, che ci, vi, sta ammazzando. Tutti meno i criminali che l’hanno voluta e/o sostenuta, cioè i soliti Mario Draghi, Jean Claude Trichet, Jaques Attali, Jaques Delors, Theo Waigel, Giuliano Amato, Angela Merkel ecc. Alcuni di costoro infatti sono ancora oggi come cani rabbiosi a latrare in giro per l’Europa che non solo questa sciagura è valida, ma che va addirittura rafforzata. A una convention dei democristiani tedeschi in Baviera a inizio 2011, proprio il governatore della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet ha tuonato: “I governi europei non hanno scelta, devono cambiare politiche, devono rinforzare assai il Patto di Stabilità, e le politiche di spesa vanno riportate sul sentiero della virtù”. Tenete a mente queste ultime 4 parole, perché sono grottesche “il sentiero della virtù”. La criminosità del Patto, e cerco di essere semplice, si snoda in diversi aspetti molto complessi, ma di fondo ciò che esso fa – che è stato programmato per fare – è di costringere i Paesi meno ricchi d’Europa a limitare drasticamente la spesa pubblica; ma va compreso che per nazioni come la Grecia, la spesa pubblica è l’unica speranza di sopravvivenza per il grande pubblico, visto che il settore privato non è ancora in grado di generare abbastanza ricchezza da solo; in tal modo Grecia, Portogallo, Irlanda, ma anche l’Italia fra un po’, sono condannate a non poter mai raggiungere un livello di ricchezza apprezzabile; questo innesca il solito effetto a spirale negativa di svalutazione del loro mercato nazionale, che significa meno investimenti, che significa più disoccupazione e sottoccupazione, che significa più spese statali per gli ammortizzatori sociali, che significa però sgarrare il Patto di Stabilità, che significa attirarsi la bocciatura delle agenzie di rating, che significa perdere sempre più investimenti e pagare salatissimi i soldi che quei governi devono prendere in prestito, che significa ancora più disoccupazione che significa sempre più esborsi statali, altre bocciature, altri collassi economici… all’infinito. Non c’è salvezza da 'sta trappola, e non ci deve essere, perché lo scopo finale di essa, cioè del Patto di Stabilità, è proprio di collassare interi Paesi europei per rendere in semi schiavitù sia lo loro forza lavoro che i loro governi. Cioè: creare “sacche di lavoro alla cinese in Europa”. Ovvero creare quella che Marx chiamò “l’armata di riserva dei disoccupati”, da cui la grande industria attinge a piene mani per ricattare con arroganza sia i governi che i sindacati. Leggi Mirafiori… ma è un’altra storia.

E non è finita, per le vittime c’è ancora agonia: quando esse si trovano nelle pietose condizioni in cui sono state cacciate dal Patto di Stabilità, la UE dei tecnocrati criminali le costringe ad accettare i famosi ‘salvataggi’ del Fondo Monetario Internazionale e della UE stessa. Significa che Grecia, Irlanda e Portogallo, e chiunque verrà poi, si trovano a farsi prestare somme enormi in euro, che è una moneta che non possono emettere, per cui l’unica scelta che hanno per ripagare quell’immenso debito è di succhiare il sangue ai propri cittadini con tagli alla spesa sociale, al pubblico impiego, e ai salari. E giù di nuovo in una spirale infernale da cui è impossibile risorgere. Questo orrore criminoso è stato persino denunciato dai Nobel dell’economia Stiglitz e Krugman, ma viene liberamente ammesso anche dai giornalisti finanziari stranieri a viso scoperto se non li si cita per nome. Sto parlando non di noiosi numeri scritti sul Sole 24 Ore, ma di sofferenze di milioni di persone come me e voi famiglie per anni a venire.

Quindi la determinazione dei Padroni dell’Europa di confermare e rafforzare il Patto di Stabilità ci spedisce come continente dritti all’inferno, ora, mentre scrivo.

Questi i segnali, inequivocabili, assolutamente chiari. E non si dimentichi il lettore/lettrice che alla UE sono stati sottratti gli strumenti principe per salvarsi dallo schianto. Come dire che il circo dell’Unione Europea ha lanciato 17 Stati in acrobazie impossibili e non gli ha messo sotto la rete, che era l’uso delle propria moneta sovrana (lire, marchi, franchi, dracme…) per compensare il crollo di occupazione e salari, per rassicurare i mercati del ripagamento dei debiti e per sostenere le aziende con iniezioni di spesa a deficit mirata alla produttività.

Segnale 1, segnale 2, 3, 4, 5, 6… e poi la terra trema e tutto crolla. Crolleranno gli USA (che si salveranno, ma solo dopo averci travolti), e crollerà l’Unione Europea, e le conseguenze saranno storiche, epiche nelle proporzioni, cioè “una Grande Depressione che i vostri pronipoti studieranno sui libri di scuola”. Ok, questo sta per accadere qui, non in un film. Ora cosa fare.

Stiamo trattando una materia di estrema serietà, che io tento di semplificare da mesi per la comprensione dei cittadini non esperti, e dunque sarei uno sciocco se non dicessi che le soluzioni sono complessissime e tecnicistiche, che richiedono sforzi ad alto livello e organizzazioni che noi cittadini non possiamo neppure iniziare a contemplare. Ma ciò che noi possiamo fare è importantissimo e fattibile. Come sempre ho detto, prima cosa è divulgare queste realtà a chiunque, e non demordere di fronte a sguardi allucinati o risposte come “ma va là, è fantascienza… Barnard è un pazzoide… è colpa di Berlusconi… governo ladro ecc.” (mi scrivono gli operai da tutt’Italia e sono quelle le risposte che i loro colleghi sbottano a fronte di questi temi. A proposito di chi si dà la zappa  sui piedi…). Poi organizzarsi per innanzi tutto chiedere l’apertura di un dibattito pubblico sull’uscita dall’Euro e il ritorno ordinato (cioè con tutele intragovernative contro gli attacchi speculativi) alle monete sovrane. Infine che l’Italia, con propria moneta, sposi un programma di spesa a deficit per creare ricchezza al netto per i cittadini, e che deve andare nella doppia direzione di essere investita in aumenti di produttività nell’economia reale (quella che produce cose vere e non giochi finanziari) e di creare un programma governativo di piena occupazione e pieno Stato sociale. Nel capitolo LA PIENA OCCUPAZIONE ERA POSSIBILE de Il Più Grande Crimine è spiegato che tutto ciò è non solo economicamente possibile, ma vi sono anche i nomi di economisti di statura mondiale che da decenni sostengono la tesi della spesa a deficit e piena occupazione. Infatti vi ricordo che:

1) uno Stato con moneta sovrana può onorare qualsiasi debito pubblico senza problemi e nessuna agenzia di rating lo può strangolare. Il Giappone con Yen sovrano ha un debito doppio rispetto alla Grecia, doppio!, e non solo non è in croce, ma gli investitori sono corsi in massa a rifugiarsi nello Yen in questi mesi.

2) la spesa a deficit dello Stato a moneta sovrana che crei occupazione, investimenti dal pubblico al privato e produttività, non crea inflazione e si auto-cura grazie all’aumento del PIL nazionale, e infine non ha limiti di spesa, essendo denaro che lo Stato NON DEVE PREDERE IN PRESTITO DA ALCUNO, e che crea dal nulla.

3) il debito dello Stato a moneta sovrana NON E’ il debito dei cittadini, ma al contrario è la loro ricchezza.

4) Non c’è alcun potere privato al mondo in grado di sconfiggere uno Stato a moneta sovrana che decida di fare quanto sopra.

Questo ritorno dello Stato a moneta sovrana alla sua funzione primaria è l’unica speranza in assoluto di creare un cuscino di sopravvivenza per i milioni di noi che saranno travolti dal Cataclisma. Per spezzare il piano di storica criminosità del Vero Potere di distruggere l’Europa e creare sacche di lavoro alla cinese qui da noi, non v’è altra strada.

mercoledì 14 settembre 2011

I NUOVI PADRONI





"Il problema del rapporto con la Cina è questo: ci stanno mangiando vivi. Le merci che vanno in Cina hanno i dazi cinesi le merci che arrivano in Europa, no. Io voglio per molti anni i dazi e le quote nel nostro Paese, fino a che ci saremo riconvertiti dal punto di vista industriale".
Con questa lapidaria affermazione il ministro dell'economia Tremonti spiegava, nel Marzo 2006, che si dovevano imporre i dazi alle importazioni cinesi, altrimenti l'Italia sarebbe stata cannibalizzata dalla potenza economica dagli occhi a mandorla.
Oggi, cinque anni dopo, di dazi non si parla più. Anzi, è notizia di questi giorni che l'Italia avrebbe avviato frenetiche trattative per vendere ad un fondo sovrano cinese una consistente parte del proprio debito pubblico.
Berlusconi e Tremonti hanno forse deciso di proclamare la dittatura del proletariato?
Per ora, pare non sia così.
Più semplicemente, i conti pubblici stanno sempre più irrimediabilmente colando a picco, per cui si tenta di raschiare il fondo del barile, nella speranza di fermare (finora senza risultato) l'affondamento.
Dato che ormai la situazione è, eufemisticamente parlando, disperata, qualunque ciambella di salvataggio, di qualsiasi provenienza, è bene accetta.
Ovviamente le motivazioni della potenza asiatica non sono dettate da scopi filantropici, bensì da puri calcoli di convenienza: alla Cina non conviene la fine dell'Euro.
Chiaro quindi che questa disponibilità all'acquisto dei debiti italiani dovrà essere ripagata in futuro in qualche modo.


 


Torna alla mente questo vecchio manifesto elettorale e la battuta di Grillo sul bambino cinese, che non è il figlio della coppia, ma il loro datore di lavoro.
Che anche questa volta la fantasia superi la realtà?

giovedì 8 settembre 2011

IL FALLIMENTO DELL' EUROPA DEI POPOLI






Sono anni che ci sentiamo continuamente propinare dai nostri politici il pippone della assoluta necessità di creare una vera e propria federazione europea, che ci mettesse al sicuro da eventuali future crisi.
Vittime di questo bombardamento a tappeto, abbiamo accettato il destino dell'Europa Unita come un processo ineluttabile, che avrebbe dato maggior forza ai singoli Stati, creando un grande mercato comune e dando a tutti i cittadini di questo paradiso in terra la possibilità di circolare e lavorare liberamente in tutte le zone aderenti.
Forti di questo principio di fratellanza, abbiamo salutato l'avvento della moneta unica come l'arrivo del Messia.
Ci era stato detto che l'introduzione dell'Euro sarebbe stata la panacea di tutti i nostri problemi economici e noi, fessi, ci abbiamo creduto.
Ci siamo dati delle istituzioni sovranazionali con il compito di creare una vera carta dei diritti globale, che assicurasse a tutti i suoi membri gli stessi diritti e gli stessi doveri.
L'idea, in partenza non era così male, ma la sua realizzazione si sta rivelando in questi giorni per ciò che è: un sostanziale fallimento.
Del resto, la storia degli ultimi secoli ci ha chiaramente dimostrato che tutto ciò che non aveva all'origine il concetto di federazione è prima o dopo fallito miseramente.
Imporre a Stati e culture diverse, anche se conviventi nello stesso continente, usi e costumi simili si è sempre rivelato alla lunga impossibile.
Per rimanere al mondo occidentale, le uniche grandi nazioni che hanno mantenuto sino ad oggi la loro struttura di stati federali sono gli Usa e la Germania, dato che hanno sempre avuto una struttura di questo tipo sin dalla loro fondazione.
Il concetto di Europa Unita quindi, benché nato dall'acume politico dei suoi padri fondatori, è miseramente fallito.
Prova ne sia il fatto che quando finalmente le istituzioni comunitarie presentarono ai popoli la carta che avrebbe dovuto sancire le nuove regole di vita in comune dell'Europa, quelle stesse regole furono miseramente bocciate dalla maggior parte dei cittadini europei, almeno da coloro ai quali uno Stato civile non aveva tolto la possibilità di esprimere il proprio parere attraverso un referendum. Noi Italiani non fummo così fortunati, dato che una legge proposta dall'ottimo ministro degli esteri De Michelis aveva stabilito che per noi era sufficiente la decisione del governo in carica: una grande prova di democrazia.
Già i referendum sulla costituzione Europea, dunque, avevano fornito una prova lampante che i cittadini del nuovo stato federale non ne volevano sapere di convivere seguendo le regole loro proposte.
Chi, come me, esultò a quella notizia, non poteva certo prevedere i successivi sviluppi.
La costituzione fu ritirata e ciò che i cittadini europei avevano buttato fuori dalla porta, venne fatto rientrare dalla finestra: fu infatti approvato il trattato di Lisbona, che in pratica vincolava gli Stati aderenti al rispetto di quelle norme rifiutate dai cittadini.
Grazie a questo vero e proprio golpe venne esautorata la volontà popolare: il primo passo per trasformare gli abitanti europei da cittadini a sudditi.
In questo Trattato di Lisbona, scritto in modo da essere assolutamente incomprensibile, furono condensate tutte le regole a cui gli stati membri si sarebbero dovuti assoggettare.
In sostanza i singoli stati rinunciavano non solo alla loro sovranità monetaria, ma anche a quella politica e sociale, dato che nessuna legge nazionale può essere in contrasto con le regole sancite dall'accordo.
Dato che l'Unione è risaputo essere in mano a esponenti delle grandi lobbies politiche e finanziarie, è evidente come gli interessi di costoro siano in irriducibile contrasto con quelle dei suoi abitanti.
Il fallimento dell'integrazione , comunque, non ha fermato il processo di interdipendenza delle economie degli stati membri.
Anzi, esso è proseguito a grandi passi, mettendo sempre più in evidenza come i vecchi ideali di fratellanza erano stati letteralmente sepolti, per favorire gli interessi del vero potere, quello economico e finanziario che, con la colpevole connivenza dei governi, hanno perseguito i loro scopi esclusivi, il cui totale contrasto con gli abitanti del Continente sta diventando sempre più chiaro in questi mesi.
Prima o poi, bisognerà anche chiedersi se ai popoli convenga continuare in questo abbraccio mortale.

sabato 16 luglio 2011

PERCHE' NESSUNO SI INCAZZA ?

Dopo che la casta ha fatto in modo di salvarsi vergognosamente per l'ennesima volta.
Dopo che abbiamo saputo che toccherà a noi, per l'ennesima volta, rimediare ai loro errori.
Dopo che loro hanno già messo in salvo le loro ricchezze oltre confine.
Noi perché non ci incazziamo?
La risposta è che il passaggio dalla Lira all'Euro ha reso tutto più ovattato.
Nel 1992 il governo Amato varò un decreto a Luglio che consentiva il prelievo forzoso del sei per mille sui conti correnti bancari, l'istituzione dei ticket sanitari, la svalutazione della Lira e la sua uscita dall'allora sistema del "serpente monetario", prelusio alla successiva uscita dallo S.M.E. (sistema monetario europeo).
In autunno, arrivò anche la manovra finanziaria. Totale degli interventi: 100.000.000.000.000 (centomila miliardi di lire).
Come andò a finire lo sappiamo: i cittadini si incazzarono e cacciarono via i politici, sancendo la fine della Prima Repubblica.
Oggi sappiamo che il decreto finanziario appena approvato, senza l'aggiunta della finanziaria che verrà fatta in autunno, è di circa 70.000.000.000 (settanta miliardi di Euro), che in confronto a dieci anni fa vengono percepiti come una cifra enorme, certo, ma evidentemente non ancora inimmaginabile.
Proviamo a tramutarla in lire: 135.538.900.000.000
CENTOTRENTACINQUEMILACINQUECENTOTRENTOTTO milardi e NOVECENTO milioni.
Perché nessuno si incazza come dieci anni fa? Perché l'Euro rende la percezione della cifra come più accettabile.
Fate la prova: 70 miliardi a scuola lo avete scritto.
135 mila 138 miliardi e 900 milioni avrete più difficoltà a scriverlo.
Dieci anni fa ci incazzammo come bestie perché non sapevamo neanche scriverla quella cifra, non si riusciva neppure ad immaginarla, tanto era mostruosa.
Oggi è ancora più mostruosa, ma in termini numerici sembra più contenuta.