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lunedì 16 luglio 2012

L’USCITA DALL’EURO NON E’ PIU’ SOLTANTO UN SOGNO LONTANO MA UNA CONCRETA REALTA’

di Pietro Valerio.
Ho fatto un sogno. Ho sognato che accendendo la televisione e guardando il telegiornale di una rete nazionale, avrei un giorno visto il servizio mandato in onda dalla coraggiosa emittente regionale TeleToscana Nord. Un servizio chiaro, sintetico, diretto che spiega tutto ciò che è avvenuto in Europa dall’introduzione dell’euro ad oggi senza troppe reticenze, omissioni. Il passo indietro della politica che ha volutamente aperto la strada alla tirannia dei mercati, il vero obiettivo dell’Unione Europea e della BCE che è sempre stato quello di privare i governi nazionali della loro sovranità politica e democratica, le possibili strade per uscire dalla dittatura della finanza seguendo magari l’esempio dell’Argentina, che dopo la crisi e il fallimento ha ripreso a crescere grazie al ritorno alla propria sovranità monetaria.

La rete televisiva locale TeleToscana Nord è stata coraggiosa non tanto perché si è schierata aggressivamente contro i cosiddetti poteri forti (chi sono? Quali sono i loro nomi?) ma perchè dire la verità oggi in Italia rappresenta un atto di coraggio. Nessun giornalista nazionale direbbe apertamente le cose dette nel servizio perché avrebbe paura di urtare la sensibilità dei politici al governo, i quali a loro volta non spiegano mai apertamente ai cittadini come stanno in realtà le cose perché temono di infastidire gli innominati dei poteri forti finanziari. Ma ascoltando il servizio avrete potuto notare che il giornalista non accenna mai a complotti della finanza, intrighi internazionali, ma ha descritto soltanto lo svolgimento dei fatti. Un vero miracolo.

Dire che la rinuncia alla sovranità monetaria e l’autonomia della BCE comporta la sudditanza nei confronti delle banche, che sono le uniche ad arricchirsi ogni volta che uno stato si indebita e paga maggiori interessi, non è altro che descrivere la verità di un fatto incontestabile. Altra cosa invece sarebbe capire perché gli stati dell’eurozona e i dirigenti politici di ogni singola nazione abbiano scelto volontariamente di aderire a questo progetto strampalato di unificazione monetaria, che non ha alcuna base scientifica: secondo le più accreditate teorie delle aree valutarie ottimali sappiamo infatti che non esistevano in Europa i presupposti di mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro) per potere fronteggiare eventuali shock asimmetrici. Quindi perché i nostri politici sono andati avanti lo stesso?

Facciamo alcune ipotesi. I nostri politici sono degli incompetenti e pensavano davvero che aggregarsi ad un progetto di moneta forte non svalutabile avrebbe comportato dei vantaggi per l’economia italiana. I nostri politici sono dei mercenari e sapevano già che un’unione monetaria così fatta avrebbe avvantaggiato soltanto i paesi strutturalmente più forti e costretto i più deboli a scaricare i costi sui salari dei lavoratori (svalutazione interna). Infine la via di mezzo: i nostri politici sanno e capiscono tutto ma non fidandosi della loro capacità di amministrare bene lo stato senza sperperi e sprechi, hanno preferito affidarsi al giudizio dei mercati finanziari, come se questi ultimi conoscano meglio di chiunque altro quale sia il metodo più razionale e sostenibile per indirizzare gli investimenti.

Questa terza ipotesi è sicuramente la più curiosa, perché prevede un misto fra l’incompetenza e la malafede. Togliere agli stati la possibilità di utilizzare la propria moneta e la propria banca centrale per finanziare la spesa pubblica affidandosi esclusivamente al sostegno dei mercati significa non capire affatto come funzionano i mercati finanziari internazionali. Gli investitori della finanza ragionano infatti sempre in un’ottica di breve periodo, cercando guadagni facili, alti e possibilmente privi di rischio, mentre uno stato per definizione deve concentrarsi sugli investimenti di lungo periodo, che includono il miglioramento delle infrastrutture pubbliche e il benessere sociale della cittadinanza, in termini di reddito e servizi. Fra le due visioni c’è un abisso di incompatibilità, che si è rivelata in tutta la sua grandezza nell’errata valutazione dei mercati dei titoli di stato di paesi con problemi strutturali come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, che per molti anni sono stati scambiati ad un valore abbondantemente al di sopra di quello reale. Fra l’altro se i mercati fossero così corretti, imparziali e precisi nelle loro scelte di investimento non assisteremmo con ciclica frequenza all’insorgere di bolle speculative o crisi finanziarie.

Eppure i politici italiani, che ormai possono essere tranquillamente divisi in neoliberisti conservatori (PDL, Terzo Polo) e neoliberisti riformatori (PD, Italia dei Valori), hanno sempre creduto nella validità universale e assoluta del giudizio dei mercati, appoggiando con convinzione la linea dell’austerità tedesca e le iniziative di aumento della pressione fiscale di Monti. Almeno fino a quando all’orizzonte non è apparsa la stella di Hollande, che insediandosi all’Eliseo potrebbe stravolgere l’attuale struttura dell’Unione Monetaria Europea, mettendo un freno alle politiche di rigore imposte dal Fiscal Compact e cambiando lo statuto della BCE per consentire i finanziamenti diretti agli stati. Da Bersani a D’Alema a Tremonti, è stato un coro di consenso trasversale alla possibilità del cambio di guardia alla presidenza della Francia, ma abituati come sono a salire sul carro del vincitore i politici italiani non si sono accorti delle loro infinite contraddizioni: ma se auspicano tanto un cambiamento strutturale ed epocale dell’Unione Europea perché non cominciano a muoversi autonomamente?

Chiedere a gran voce ai francesi di intervenire per invertire la rotta e intanto votare nel silenzio più assoluto il pareggio di bilancio in costituzione è un comportamento un po’ anomalo e ambiguo. Ma se i politici ormai ci hanno abituato a queste acrobazie dell’incoerenza, cosa dicono i tecnici? Lo stesso Monti al momento del suo insediamento aveva timidamente dichiarato che dopo avere svolto il compitino a casa, che si è rivelato il solito salasso per le fasce deboli, avrebbe fatto delle precise richieste a Bruxelles. Quali? Quando inizia a farsi sentire e a battere i pugni? Cosa sta aspettando? Il governo Monti ha una maggioranza bulgara, il consenso popolare e i suoi sostenitori politici sembrano scalpitare, quantomeno a parole, per rivedere alcuni vincoli inaccettabili dei trattati europei. Eppure al momento di descrivere punto per punto le modifiche da apportare, bocche cucite e divagazioni varie.

Attendere la vittoria di Hollande per mettersi alla ruota del suo carro e puntare il dito contro gli errori e orrori dell’eurozona, sembra il consueto atteggiamento vile di chi si nasconde dietro un paravento per paura di esporsi in prima persona. I nostri governanti aspettano che sia Hollande a lanciarsi impavido contro i tecnocrati europei e la perfida Merkel, verificheranno quale sarà il risultato di questo scontro frontale e poi decideranno da che parte schierarsi. Se vince la linea del cambiamento di Hollande, allora non c’è dubbio che i soliti veterani della viltà italica annunceranno trionfanti: “Io avevo sempre sostenuto che così com’era l’eurozona non poteva funzionare, la strategia dell’austerità della Germania ha solo peggiorato le cose, lo statuto della BCE andava cambiato, lo capisce anche un bambino etc”. Viceversa se dovesse vincere il fronte del rigore della Merkel, tutti di nuovo in riga a trottare, perché a differenza dei bambini che hanno il coraggio di parlare, di esprimere concetti chiari e comprensibili, i nostri politici annaspano nella vaghezza più assoluta, cambiando opinione come delle banderuole a seconda di dove tira il vento e assicurandosi sempre di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte per non scontentare nessuno.

Ma la verità di fondo di questa estrema prudenza purtroppo potrebbe essere un’altra. I vari D’Alema, Bersani, Alfano, Tremonti, Casini hanno riconosciuto in Hollande un loro simile, un alleato, un neoliberista della stessa pasta che non si sognerebbe nemmeno per sbaglio di cambiare una virgola dei trattati europei, che tanti vantaggi comportano agli adorati sponsor dell’alta finanza e indirettamente anche a loro stessi. I suoi discorsi demagogici fanno parte di un copione già scritto da utilizzare soltanto in campagna elettorale. Quando incalzati dalle elezioni, quasi tutti i politicanti neoliberisti, di destra o sinistra che siano (la differenza ormai nessuno la conosce), iniziano a scagliarsi contro la finanza, i grandi redditi, l’eccessiva pressione fiscale, le storture del progetto europeo, ma poi arrivati alla resa dei conti si fermano sempre davanti ai soliti ostacoli: “Questo non si può fare perché ce lo vieta l’Europa, questo si deve fare perché ce lo chiede l’Europa, non possiamo permettere la fuga dei capitali, la Tobin tax si deve fare a livello mondiale, la BCE deve mantenere il suo ruolo di garante della stabilità dei prezzi etc”.

Messo da parte il furbo Hollande, la vera novità dell’ultima tornata elettorale francese è stata invece il clamoroso successo del partito di estrema destra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che aveva un programma chiaro e senza mezze misure: uscire dall’euro subito, perchè questa moneta sbagliata e fallimentare ci sta ammazzando tutti. Se non fosse stato per le sue posizioni xenofobe contro l’immigrazione, Marine Le Pen avrebbe sicuramente raccolto ancora più voti rispetto al già incredibile 18%, perché meglio di chiunque altro aveva centrato in pieno il cuore di tutti i problemi europei. E’ inutile tergiversare, questa lotta al massacro farà cadere ad uno ed uno tutti i paesi europei e per diverse ragioni di parte e interessi nazionalistici, nessuno avrà mai il coraggio di cambiare i trattati o la forza di modificare gli equilibri attuali. Quindi invece che stare ancora su questo treno malandato e impazzito senza conducente, meglio scendere subito e percorrere a piedi un’altra strada.

Ancora in Europa non si era mai vista una posizione così chiara, autorevole e determinata che indicasse nell’uscita dall’euro l’unica strada percorribile. Se confrontiamo la limpidezza della Le Pen con la confusa ambiguità del maggiore movimento politico di estrazione populista, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ci accorgiamo delle enormi differenze che esistono fra chi ha le idee chiare e chi invece sguazza nella propaganda fine a se stessa vivendo soltanto di sondaggi e di fiammate improvvise. Beppe Grillo infatti non ha mai avuto una posizione netta e univoca sull’uscita o meno dall’euro, dichiarando un giorno sottovoce che l’euro è una schifezza e ripiegando il giorno dopo sulla solita banalità che senza l’euro potremmo stare anche peggio. Se diamo un’occhiata al programma economico del Movimento 5 Stelle possiamo ritrovare questi punti:
  • Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno
  • Allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei
  • Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari
  • Favorire le produzioni locali
  • Sostenere le società no profit
  • Sussidio di disoccupazione garantito

Tutte proposte condivisibili e sottoscrivibili in pieno, ma come volevasi dimostrare spulciando il programma del Movimento 5 Stelle non c’è nessuna posizione definitiva riguardo all’euro e alla sostenibilità dell’intera eurozona, perché a Beppe Grillo non interessa risolvere i problemi ma speculare e vivacchiare sui problemi esistenti: il suo Movimento 5 Stelle è in pratica come la Chiesa che senza la fame del mondo e la sua funzione caritatevole non avrebbe più alcun senso di esistere.

Ma se non vuole ritornare ad una piena sovranità monetaria, potrebbe spiegarci Beppe Grillo o qualcuno dei suoi come intende trovare i soldi per finanziare questi progetti? Vuole aumentare le tasse? Oppure vuole ridurre soltanto gli sprechi come è giusto che sia? E una volta azzerati gli sprechi e ridotto all’osso lo Stato, come intende continuare a finanziare gli altri progetti? Sa Beppe Grillo che per detassare e sostenere con sussidi le imprese nazionali non bisogna avere vincoli di bilancio pubblico?

Insomma, il populismo all’acqua di rose di Beppe Grillo, che giustamente non vuole avere alcuna connotazione politica, vive sull’astrattezza pura e non va mai oltre il seminato delle sue battaglie sacrosante per la difesa del territorio e l’importanza strategica delle amministrazioni locali. Ma se messo di fronte ad una visione più ampia e lungimirante degli eventi il Movimento 5 Stelle si ferma bruscamente perché sembra non volere pestare i piedi a nessuno, tranne a quei pochi sciamannati del teatrino della politica italiana, che sono ormai un bersaglio fin troppo facile e comodo per chiunque. In Italia quindi devono essere ben altri i movimenti e i partiti politici extra-parlamentari che devono sobbarcarsi l’impegno di una seria lotta all’euro, senza pregiudiziali o compromessi di sorta. Una lotta basata su dati di fatto reali, evidenze empiriche, ragionamenti logici che dimostrano come una moneta sbagliata, gestita in maniera sbagliata, può essere la più grave minaccia per la stabilità sociale ed economica di una nazione.

Nessuno vuole fare una battaglia all’euro per partito preso, ma è l’euro stesso, per come è stato progettato e congegnato, a muovere una guerra devastante contro tutti i popoli europei. Se non si ha coscienza di questa verità, non si può andare da nessuna parte se non infilarsi nel vicolo cieco dell’austerità, dell’intervento sovranazionale della trojka (UE, BCE, FMI), della ristrutturazione del debito in stile greco e del ritorno al punto di partenza, senza avere risolto nessuna delle cause del tracollo. Per fortuna però in Italia comincia a muoversi qualcosa, come dimostra questo ottimo articolo di Claudio Borghi su Il Giornale, dal titolo emblematico: “Ora l’uscita dall’euro non è una bestemmia”. Ma è sempre dall’estero che dobbiamo ricevere le indicazioni più preziose per capire quali strade seguire per un’uscita rapida ed indolore dall’euro, come suggerisce l’inglese The Economist (vedi l’interessante mappa interattiva sotto che chiarisce quale sia la situazione attuale dell’Unione Europea).

http://media.economist.com/sites/defaul ... roEcon.swf

I politici e i cittadini europei devono cominciare a prendere in considerazione quello che prima era ritenuto impensabile. La storia è disseminata di unioni monetarie che si sono sciolte per palesi difetti di progettazione. L'Irlanda ha lasciato la zona sterlina. I paesi baltici sono fuggiti dal rublo russo. I cechi e gli slovacchi si sono separati reciprocamente. Perché l'euro non dovrebbe rompersi?

I fondatori dell'euro sono stati troppo superficiali a non prevedere turbolenze capaci di evidenziare come accade oggi le lacune di progettazione, perché forse erano concentrati a creare un serio rivale del dollaro americano. E invece i padri dell’euro sono riusciti nell’impresa non facile di ricreare una versione moderna del gold standard, abbandonata quasi cento anni fa dai loro predecessori. Incapaci di svalutare la propria moneta, i paesi europei stanno lottando l’uno contro l’altro per cercare di riguadagnare competitività tramite la "svalutazione interna", vale a dire, spingendo verso il basso i salari e i prezzi.
Una strategia dolorosa che sta portando in Grecia e Spagna una disoccupazione superiore al 20%, senza peraltro superare la diffidenza dei creditori internazionali, che continuano a dubitare sulla tenuta futura dell’euro. Quale sarebbe la ragione di vivere con questo giogo? I trattati possono dichiarare l'euro "irrevocabile", ma i trattati possono pure essere cambiati in qualsiasi momento. Il primo tabù è stato rotto l'anno scorso quando la Germania e Francia hanno minacciato di espellere dall’euro la Grecia dopo che il governo ellenico di Papandreou aveva proposto un referendum sui nuovi termini del piano di ristrutturazione del debito.
Uno dei motivi che tiene ancora in piedi l’euro è la paura di un caos finanziario ed economico senza precedenti. Un altro è l'impulso a difendere l'investimento politico pluridecennale nel progetto europeo e le proprie posizioni forti acquisite nel tempo, come quella della Germania. Non a caso, nonostante il secondo salvataggio della Grecia, la cancelliera tedesca Angela Merkel continua a ripetere che l’uscita dall’euro sarebbe "catastrofica". La signora Merkel però non è pronta a prendere i provvedimenti definitivi necessari per stabilizzare l'euro una volta per tutte. La decisione della scorsa settimana di alzare il firewall fino a 800 miliardi di euro è solo di facciata, perché le vere potenzialità di prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM) sarà di 500 miliardi di euro. E non c'è alcuna prospettiva, almeno per ora, di socializzare una parte del debito complessivo tramite eurobond o altri strumenti finanziari.

Così la zona euro resta vulnerabile a qualsiasi shock interno o esterno. I mercati restano ancora preoccupati per il rischio di un default e di un crollo parziale o totale dell'euro. Il buon senso suggerisce che i leader europei dovrebbero iniziare a pensare a come gestire un'eventuale rottura improvvisa della moneta, ma nessuno di loro ha ancora il coraggio di pianificare un serio programma di uscita ordinata.

Paradossalmente, sono gli stati fuori dall’euro come la Gran Bretagna a riflettere e valutare le varie alternative. Un gruppo di esperti inglesi vicini al Partito Conservatore euroscettico hanno indetto un concorso per premiare con 250.000 sterline il miglior piano per gestire l’uscita dall'euro dei paesi dell’eurozona. Uno dei concorrenti, Jonathan Tepper, ha elencato 69 casi di rottura di una valuta o unione monetaria nel secolo scorso. Nella maggior parte degli esempi riportati i paesi coinvolti non hanno avuto gravi danni economici a lungo termine. In realtà, lasciando l'euro sarebbe più probabile che i paesi più in difficoltà sarebbero in grado di recuperare in fretta. Riprendendo la storia della scomparsa dell'Impero Austro-Ungarico, il signor Tepper ha illustrato uno scenario per l’uscita della Grecia.

I titoli di stato denominati in euro dovrebbero essere convertiti in dracma, mentre quelli denominati in valuta straniera verrebbero ristrutturati. Bisognerebbe tenere chiuse le banche per almeno una settimana per aggiornare il software e cambiare tutti i depositi in nuovi dracme. Dovrebbero essere effettuati controlli sui capitali per impedire la fuga di denaro all'estero. Per i contanti, i greci potrebbero utilizzare le banconote in euro esistenti segnalati magari con un particolare inchiostro o un timbro. Una volta stampate le nuove banconote dracma, verrebbero ritirate le vecchie banconote euro e il passaggio sarebbe in pratica concluso.

Un altro concorrente finalista, Roger Bootle, sostiene che potrebbe essere migliore iniziare con la partenza della Germania e degli altri paesi forti. Ma ad ogni modo qualsiasi frammentazione creerà vincitori e vinti, con molti fallimenti e problemi legali. Le imprese coinvolte in attività transfrontaliere troverebbero di colpo che le loro attività e passività avranno cambiato valore. La stima dei danni sarebbe così grande, e i contenziosi così rovinosi, che l'opzione migliore è quella di abolire il corso legale dell'euro non appena un paese lascia l’unione monetaria, in modo da invalidare tutti i contratti in euro.

Nel loro programma Jens Nordvig e Nick Firoozye sostengono che mettendo a punto una pianificazione controllata si potrebbero ridurre incertezze e perdite. In base alle informazioni attuali ci sono circa 30 miliardi di euro di attività transfrontaliere denominate sotto una giurisdizione straniera, comprese obbligazioni, prestiti, derivati e swap. Le turbolenze potrebbero essere minimizzate attraverso la conversione di tutti questi contratti in una forma modificata dell'Unità Monetaria Europea (ECU, European Currency Unit), il paniere di valute nazionali che ha preceduto l'introduzione dell’euro. Catherine Dobbs, l'ultima concorrente, propone di rimediare la frittata dividendo l'euro in due (o più) zone: "tuorlo" e "albume". Ogni nuova valuta nazionale verrebbe convertita in una combinazione fissa dei due euro. I risparmiatori verrebbero così protetti, almeno inizialmente, da eccessive svalutazioni e la fuga di capitali verso altri paesi della zona euro sarebbe scoraggiata. Nel corso del tempo, il più debole tuorlo comincerebbe poi a svalutare rispetto all’albume più forte.

Insomma le idee non mancano, ma il destino dell'euro sarà probabilmente determinato da una convergenza di scelte politiche ed economiche. Uno stato debitore, come l’Italia o la Spagna, potrebbe alla fine stancarsi di applicare programmi di austerità o svalutazione interna. Uno stato creditore a sua volta potrebbe stancarsi di sostenere gli altri. Ma l'esito peggiore di eventuali controversie sarebbe un’uscita caotica dall’euro, mentre un ordinato processo di uscita potrebbe diminuire le perdite e aumentare i benefici del ritorno alla sovranità monetaria, salvando dalla disintegrazione i principi generali e fondamentali del mercato unico, a cui nessun paese in verità ha mai detto di voler rinunciare. Chissà magari il sogno di liberarci definitivamente dalla prigionia dell’euro potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo.


FONTE

domenica 16 ottobre 2011

PAOLO BARNARD : "IL PIU' GRANDE CRIMINE". AGGIORNAMENTO 8 : OPERAI DELLA FIAT, OGGI SIETE COME DEI POLLI !

Guardatevi, operai della Fiat di oggi. Ma guardatevi in questo modo: mettetevi su un balcone più in alto e state affacciati a osservare Mirafiori e Pomigliano. Cosa si vede da lì su? Si vede un pollaio dove in 4 metri quadri di terriccio puzzolente i polli si agitano per difendere i loro 4 metri quadri di terriccio puzzolente. E che starnazzare! Il Pollo Landini poi è il più agitato. Ma il padrone dice no: “Quattro metri quadri oggi sono troppi, stringiamo la rete. Al massimo vi do 3 metri”. E allora i polli si azzuffano, fra quelli che dicono “Bè dai! Tre metri mica fanno schifo!”, e quelli che gridano “No! Erano 4 metri e quelli vogliamo! Sono il nostro diritto, qui si giocano i nostri diritti!”. E giù a sbeccarsi l’un l’altro, e giù a starnazzare, e c’è un gran caos, e ancora più puzza perché il terriccio si rimescola, e i polli sono sempre più malconci, spelacchiati, depressi, e via così.
Ora, come nei film, la telecamera si alza, zooma indietro e il pollaio diventa sempre più piccolo, gli starnazzamenti sempre  più lontani, mentre il panorama attorno entra nella visuale gradualmente. E allora si vedono i campi attorno al pollaio, poi la collina, poi la vallata, poi la pianura e l’orizzonte con le montagne e i fiumi e i mari e il cielo all’infinito. E voi perché siete lì nella puzza a sbeccarvi per 3 o 4 metri quadri di una prigione? “32 euro sto mese? Evvvaii!!...” Ehh? Ma come Cristo vi hanno ridotti ad accettare conflitti sociali dove i vostri rappresentanti alzano la V di vittoria, e voi vi sentite vincenti, se portano a casa un sesto di diritto piuttosto che il settimo proposto dal manager? Ma come vi siete conciati in quel modo? Lo sapete che nessuno vi ha mai raccontato chi veramente vi ha fottuti?
Ora, se voi polli volete recuperare la ragione – ma soprattutto la vostra vita, date un calcio al referendum, alla FIOM, ai giornali, alle riunioni in fabbrica, ai sindacati (e chi ha bisogno di Marchionne con sindacati così?), e rendetevi conto di ciò che segue.
La ragione per cui siete in queste condizioni è precisamente perché
- vi hanno rinchiusi in un pollaio, vi hanno convinti che lì dentro stanno i giochi e lì dovete concentrarvi. Tutto vogliono meno che voi scopriate che le fonti dei vostri mali stanno TUTTE fuori dal recinto Italia, perché se le scoprite allora gli inceppate il gioco e li potete fregare.
- vi hanno convinti che la libertà e la dignità oggi per voi significhi contrattare su un altro metro quadro di recinto infestato di cacca. Sperano che a nessuno di voi salti in mente di accorgersi che fuori dalla rete del pollaio ci sono spazi di salvezza illimitati in termini economici, che vi hanno sempre tenuti nascosti.
Ora bando alle ciance ed ecco le cose da sapere.
La domanda è: da dove vengono i vostri mali di operai cronicamente perdenti, sempre dalla parte delle badilate in faccia, sempre a risicare lavoro, persino a supplicarlo? Risposta: non vengono dal governo, non dalle leggi italiane, non dai partiti della Casta, non dalla mafia, non da Tremonti, non da Craxi Forlani Andreotti, non dal debito pubblico. No. Che i salari di chi lavora e il lavoro stesso dovessero passare dall’essere un diritto umano a una carità elemosinata a masse di perdenti, fu sancito in luoghi e tempi che voi non conoscete, da gente che non immaginate, con le seguenti idee: primo, pensarono che se i lavoratori aumentano i loro redditi essi spenderanno di più, e se spenderanno di più circolerà più denaro, e se circolerà molto denaro ci sarà inflazione, e l’inflazione colpisce il valore della moneta, e se la moneta perde di valore i ricchi perdono privilegi. Secondo, pensarono che i lavoratori ben pagati sono forti, acquisiscono pretese. I malpagati e i precarizzati sono invece deboli, spaccano i sindacati, e le grandi industrie fanno più profitti, ed esportano di più. Se poi esse licenziano, i Mercati le premiano apprezzando le loro azioni e i manager di quelle industrie incasseranno premi milionari. Ma se licenziano, gli Stati s’indebitano con la Cassa Integrazione e altri ammortizzatori, e se si indebitano devono poi privatizzare i beni pubblici per pagare i debiti, e se privatizzano lo faranno a prezzi stracciati perché sono indebitati, e se i prezzi sono stracciati gli investitori compreranno a due soldi aziende e infrastrutture, poi licenzieranno e la ruota torna a giare su se stessa, con alla fine sempre tu, operaio a pagare il prezzo di tutto. In due parole: ideologia Neoliberista. Nasce a Chicago negli anni ’60, il padre si chiama Milton Friedman, conquista la politica di tutto il mondo ricco in soli 20 anni, attraverso i finanziamenti immani della Commissione Trilaterale, del Gruppo Bilderberg, e della maggiori fondazioni di destra americane. In Italia i portavoce di questa idra mostruosa sono gli Alesina, Stagnaro, Mingardi, Draghi, Ciampi, Padoa Schioppa, Prodi, Visco, D’Alema, e altri; in Europa i Brittan, Thatcher, Mitterrand, Kohl, Issing, Waigel, Attali, Von Rompuy, Merkel, Sarkozy, Juncker, Lagarde, solo per citarne alcuni. La pianificazione di questa idea criminale, prima di uscire potente da Chicago, era partita in realtà in Francia prima della seconda guerra mondiale, con lo scopo dichiarato di forgiare nazioni che “in futuro otterranno la supremazia dei super profitti e dell’accumulo di ricchezza imponendo la povertà nel lavoro” (Perroux 1933)
E’ quello che vi sta capitando, cioè un attacco ai salari senza precedenti in tutto il mondo occidentale pianificato da 30 o addirittura 70 anni, e questi sono coloro che l’hanno voluto e portato fino a oggi. QUESTO E’ IL TUO NEMICO operaio!, e non si riunisce nel Pdl o in Confindustria (più facile che sfiorino il Pd). I manovratori stanno nella Federal Reserve in USA, nella Commissione Europea, nella Banca Centrale Europea, nelle Banche Centrali dei Paesi dell’euro, nei ministeri del Tesoro di Francia e Germania e Stati Uniti, ma soprattutto SONO GLI INVESTITORI nella City di Londra, negli Hedge Funds, nei Fondi Pensione europei, a Wall Street, a Pechino. E dettano legge sulle teste di ogni governo, senza eccezione. Marchionne a loro risponde, sempre. Marchionne è un loro pupazzo. Da qui capite che sbraitare in Italia su diritti, salari e occupazione è inutile, è esattamente come sbraitare col cassiere della vostra banca alla Fantuzza di Medicina perché i mutui costano troppo. Il disegno è molto più antico e ampio, potente e al sicuro. Va scovato e combattuto. La linea corretta non è Mirafiori-Sacconi, ma Mirafiori-Neoliberismo. Altrimenti non ne uscite.
La domanda è: come è permesso oggi a un’azienda come la Fiat, che ha succhiato il sangue dei contribuenti e dei meridionali italiani per 40 anni, ricattare arrogante il nostro Paese? Risposta: accade perché a partire dai primi anni ’80 l’Italia, e ogni altra nazione, ha ceduto la propria sovranità economica al Mercato. Cioè? Presto detto: uno Stato con moneta sovrana (noi avevamo la lira, oggi l’Italia non ha moneta sovrana, l’euro ce lo prestano i privati) avrebbe sempre potuto comprare tutto ciò che voleva, e senza limiti di spesa, a patto che tutto ciò che comprava fosse prezzato nella sua moneta. In Italia, lo Stato poteva comprare tutto il lavoro degli italiani, TUTTO, fino all’ultimo lavoratore residente. Cioè creare la piena occupazione impiegando il 100% dei disoccupati = 0% di disoccupati. Poteva comprare tutti gli ospedali, tutte le scuole, tutte le strade, tutti gli asili nido, tutte le case di riposo, tutti gli operatori sociali, pagare tutte le pensioni che voleva. Cioè creare il pieno Stato sociale. Poteva investire in tutti i settori privati che voleva, creando produttività italiana anche nel privato. Non l’ha mai fatto, perché se no il Mercato avrebbe perso. Il Mercato (leggi la prima domanda) si è comprato l’economia, la politica, i sindacati, e ha deciso che per non perdere profitti doveva far soffrire milioni di lavoratori e per decenni. Avendo bloccato, proprio soffocato a morte, la capacità dello Stato a moneta sovrana di spendere per i cittadini, è rimasto lui, il Mercato, l’unico attore in grado di spendere per noi. “Investimento sì… investimento no… Lo volete?", "Sììì… per carità”, gridiamo tutti. E allora fate quello che vogliamo noi, quello che voglio io dice Marchionne. “Pollo della Fiat, vuoi lavorare?” “Devo, per carità!”, allora vota sì e stai nel pollaio (e lì crepa), se no niente investimento.
Ma ecco come quello stesso colloquio avverrebbe con uno Stato a moneta sovrana che spende per la piena occupazione, il pieno Stato sociale e la produttività:
“Pollo della Fiat, vuoi lavorare?” “Sì, ma a condizioni di dignità, e tu signor Marchionne a lavorare da pollo ti ci metti tuo cugino. Io m’iscrivo al programma di Piena Occupazione del mio governo, percepisco un pieno stipendio e ho anche il pieno welfare. Distinti saluti”. Fantasie? Affatto. Lo Stato argentino, seppur ridotto a brandelli dal Mercato, capì la lezione di cui sopra e nel 2001 offrì lavoro pagato dal governo a ogni capofamiglia esistente nel Paese. Due milioni di disoccupati tornarono al lavoro, che in proporzione al numero degli abitanti è una massa immensa, e nel giro di due anni l’Argentina ebbe la più alta crescita economica del mondo. Lo hanno fatto loro in condizioni drammatiche, immaginate la ricca Italia.
Ora, prima di continuare, una precisazione:
- OGNI SINGOLO CONCETTO SOPRA ESPRESSO E’ SCIENZA ECONOMICA DIMOSTRATA DA ALMENO 40 ANNI DA ALCUNE DELLE PIU’ PRESTIGIOSE SCUOLE DI ECONOMIA DEL MONDO.
Perderemmo la Fiat? Meglio. Primo, come ho già scritto, Marchionne non solo sta seviziando dei poveri polli, Marchionne li inganna pure, mentre li torchia. Infatti  è noto ai manager di tutte la grandi aziende del settore automobilistico che fra pochi anni la presenza umana in catena di montaggio sarà eliminata. In Korea i nuovi stabilimenti auto non hanno illuminazione, perché non esistono umani là dentro. Questa evoluzione è infermabile, come lo fu nel traffico marittimo, dove i 70-80 marinai delle petroliere si sono ridotti a 8-10 per nave, il resto sono computers. Inutile versare sofferenze per anni con la sola certezza che sarà per nulla. Lasciate a un gonzo ignorante come Antonio D’Anolfo dell’Ugl la fesseria che “Noi salviamo la filiera dell’auto in Italia”, o a Bonanni di ragliare “Noi pensiamo a come far uscire i lavoratori dalla precarietà”. Cretinate, è precisamente il contrario, voi perderete ogni singolo posto di lavoro, è già deciso ma non ve lo dicono. Avete visto a Detroit l’altro giorno? Cosa dicono a voi le sigle QNX, Nvidia, Entune, Prius V hybrid, Microsoft Bing app, BlueLink in-car, Moustick, In-dash navigation? Vi dicono che fra una manciata di anni le Fiat saranno 80% Information Computer Technology e 20% metalmeccanica da far sbrigare a qualche robot. Voi, quelli con la tuta e due braccia e due gambe? Un ricordo della preistoria.
In secondo luogo, Cina e India entreranno presto nel mercato dell’auto, e quando questo accadrà non solo salterà la Fiat, ma l’intero sistema produttivo mondiale. Già oggi uno sternuto della Cina mette a rischio il vostro lavoro in Fiat, come accaduto il 27 dicembre scorso quando Pechino ha annunciato che il numero delle licenze automobilistiche verrà drasticamente ridotto nel 2011 (a 1/3) nella capitale, ma anche a Shangai: i titoli auto in borsa sono crollati. In conclusione, dovete guardare avanti, cioè proprio alzarvi da sto pollaio e vedere ben oltre, e iniziare a correre ai ripari oggi:
Capire chi veramente decide del vostro salario; capire perché fu decisa la distruzione del lavoro, quando e da chi. E prenderli di mira.
Capire che se state con la testa laggiù a starnazzare dentro 4 metri quadri di pollaio non ne verrete mai fuori, anzi, è proprio quello che il Vero Potere vuole per fottervi tutti. E’ quello che  avete fatto il 14 gennaio, vi hanno fregati un’altra volta.
Fiat e metalmeccanica a farsi benedire, Marchionne a gracchiare “investimento sì… no” contro un muro.
L’Europa fuori dall’euro e di nuovo con monete sovrane e quindi…
... Piani di Piena Occupazione per tutti voi, pagati dal governo in Italia in settori lavorativi ad alta densità di presenza umana insostituibile. (gli studi sono pubblicati dal Center for Full Employment and Price Stability Univ. of Missouri Kansas City; Levy Economics Institute Bard College, New York, e molti altri)
Infine dire alla FIOM di aggiornarsi.
E a te pollo Landini ho da dire cose dure. Gli operai sono giustificati, perché non hanno il tempo materiale per capire, sapere, orientarsi. Ma voi siete i sindacalisti e il vostro compito era precisamente quello di accorgervi di cosa stava succedendo e di chi erano i colpevoli. Invece sono decenni che ignorate del tutto il disegno del Vero Potere per arrivare al più feroce attacco ai salari della Storia moderna; ignorate cosa sia stato il Neomercantilismo franco-tedesco in Europa, e cosa sia il rigurgito delle teorie economiche Neoclassiche e Neoagrarie che succhia il sangue ai chi lavora e paralizza gli Stati; ignorate cosa sia stato Maastricht e Lisbona per i lavoratori, con l’abolizione di fatto dell’articolo 40 della Costituzione italiana sul diritto di sciopero e che il Patto di Stabilità fu disegnato proprio per uccidere il lavoro; ignorate cosa decise la Commissione Trilaterale nel 1975 per distruggervi, e ci sono riusciti, perché oggi credete di essere uno zoccolo duro dei diritti quando invece siete lo zoccolo duro del pollaio puzzolente dove contrattate solo sul grado di abolizione dei diritti; ignorate cosa sia la Nicaraguizzazione dei lavoratori e vi fate fregare ogni volta da questa pornografica strategia del Potere, cioè: si torturano a sufficienza gli esseri umani, così che alla fine i torturati pur di smettere di subire la tortura voteranno per coloro che li torturano perché sono quelli che controllano gli strumenti di tortura. Ti dice niente Landini? Niente su Pomigliano e Mirafiori?
Cosa ci fate ancora in quel pollaio, ciechi volatili ridotti all’indecorosità della lotta per conservare un metro di schiavitù? Avete capito chi è il nemico? Avete capito cosa può fare uno Stato a moneta sovrana per voi? Cosa aspettate a volare sopra la rete e a diventare persone che conquistano diritti? Oggi siete dei polli, operai.

lunedì 19 settembre 2011

LA GRECIA E' FOTTUTA !





Si sta tenendo l'incontro in teleconferenza tra la "trojka" dell'Unione Europea, i dirigenti del Fondo Monetario Internazionale e il Ministro dell'Economia greco Evangelos Venizelos, nel ruolo di vaso di coccio tra i due vasi di ferro.
Al centro del summit il nuovo piano di aiuti per Atene, 8 miliardi di euro che vengono fatti sventolare in queste ore sotto il naso del governo greco.
Per rendere chiaro una volta di più come ormai i governi non contino più nulla, ma siano solo meri esecutori di ordini impartitigli da chi comanda (il "Vero Potere"), alla fine dell'incontro non verrà rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale.
Del resto, il taglio di 20.000 lavoratori pubblici, pari al 20% del totale del pubblico impiego, non è una notizia che si possa dare, senza prevedere la possibilità di una rivolta popolare.
Ovviamente, una così enorme massa di disoccupati non farà altro che aumentare la depressione economica in atto in Grecia, con il solo risultato di aggravare quel circolo vizioso che vede l'instaurarsi della crisi, cui seguono i tagli dei servizi, cui seguono i licenziamenti, cui segue un'ulteriore aggravamento della crisi, con altri prestiti, in cambio di altri tagli, che causeranno altri licenziamenti e via all'infinito.
Comunque, il prestito di 8 miliardi di euro è pronto, ma chi presta ( Eu e Fmi) esigono in cambio chiarezza dal governo sulle riforme: un modo diplomatico per dire che in cambio dei soldi le due istituzioni sovranazionali vogliono l'assicurazione che la Grecia si stringa un po' di più il cappio al collo.
Ovviamente, guai a sgarrare: il presidente della Bundesbank, Jens Wiedmann, ha "auspicato" la creazione di un'Authority in grado d'intervenire e influenzare le politiche nazionali se deviano dagli impegni di risanare i conti pubblici.
O i greci si decidono a ribellarsi, o sono fottuti.

PAOLO BARNARD : "IL PIU' GRANDE CRIMINE". L' AGGIORNAMENTO 1

Il 18 Ottobre dell'anno scorso, il giornalista Paolo Barnard pubblicava in rete questo primo aggiornamento del suo lavoro "Il più grande crimine":


"La Commissione Europea ha appena passato una direttiva che multa gli Stati dell'Eurozona per lo 0,2% del PIL se non si adeguano ai parametri del Patto di Stabilità (deficit al 3% del PIL e debito al 60%), quei parametri che sono stati disegnati appositamente per paralizzare i governi nel loro compito di creare ricchezza per i cittadini, e per distruggere i mercati europei su cui le nostre famiglie dipendono per il lavoro e per vivere. Il risultato di questo ennesimo crimine contro la nostra vita vera è riassunto dall'economista Joseph Halevi (Sydney Univ.) così: "Siccome è ora chiaro che la UE, e l'Eurozona in particolare, non potranno generare più alcuna spesa significativa, accade che la domanda ora sta appesa disperatamente alla spesa a deficit interna ed esterna degli USA. Come ha detto Krugman, è l'unica cosa che sopravvive al momento".Tradotto: con la produzione pubblica di ricchezza e di posti di lavoro totalmente paralizzata in Europa da un disegno criminoso, dobbiamo tutti - persone, figli, aziende, lavoratori, anziani - sperare che gli USA continuino a spendere, perché sono l'unica fonte di domanda di beni e servizi che ancora funziona. Se si spegne quella siamo fottuti. Cioè, calano gli stipendi, schizza alle stelle la già stellare cassa integrazione, i licenziamenti galoppano, milioni di italiani perdono i diritti, perché da disperati si è ricattati da chiunque. L’economista Micheal Hudson (Univ. of Missouri, Kansas City) aggiunge: “In gioco ci sono proposte per cambiare radicalmente le leggi e la struttura della società europea. Se le forze anti-lavoro avranno successo, spezzeranno l’Europa, che diventerà una palude morta col mercato interno a pezzi. Siamo a questo punto di gravità, è un colpo di Stato finanziario in piena regola”.
La Caritas ha appena pubblicato il suo rapporto sulla Povertà ed Esclusione Sociale in Italia e vi si legge che oggi le persone che vivono sotto la soglia  di “forte fragilità economica” nel nostro Paese sono 8.370.000. Naturalmente dovremo aspettare che si arrivi ai bollini per un pasto caldo al giorno, come già accade negli USA a 40 milioni di cittadini, per accorgerci che sarà il caso di smettere di preoccuparci da veri fessi esagitati (caro popolo viola) per la messa in onda di Santoro o per le presunte malefatte di una marionetta senza potere reale".

Tutto chiaro?
Bene, allora pensiamo all'accordo sull'innalzamento del tetto del debito Usa di un mese e mezzo fa: dopo un lungo braccio di ferro tra Obama e il Congresso, tutti hanno potuto tirare un sospiro di sollievo.
Il temuto default degli Stati Uniti non ci sarebbe stato, grazie all'accordo raggiunto in extremis con cui veniva deciso questo benedetto aumento.
I Repubblicani hanno esultato, poiché in cambio Obama ha dovuto impegnarsi a non aumentare le tasse: tradotto, i ricchi, che grazie agli sgravi fiscali introdotti da Bush Jr. pagavano meno dei poveri, continueranno a pagare meno.
In più, l'accordo prevede un drastico taglio della spesa pubblica, cioè una notevole diminuzione della spesa a deficit: se effettivamente la "domanda sta appesa disperatamente alla spesa a deficit interna ed esterna degli Usa", forse dovremmo prepararci ad una catastrofe, le cui cifre saranno certo peggiori di quelle della Caritas di un anno fa.

lunedì 12 settembre 2011

NESSUNO LO CAPISCE





Come al solito, al Cavaliere tocca far tutto da solo. Per far tacere la ridda di voci sulla sua fuga dai magistrati napoletani, che lo vogliono sentire come testimone sulla presunta estorsione subita da Gianpi Tarantini, oggi ha dovuto piantare tutto e tutti e precipitarsi dal grande giornalista Belpietro, che molto imparzialmente gli ha apparecchiato il suo set televisivo.
Povero Berlusconi!
Nessuno riesce mai a capirlo.
I giudici di Napoli non hanno compreso la sua filantropia, che lo porta naturalmente ad aiutare un uomo disperato, con dei bambini piccoli, rovinato dai magistrati cattivi, che lo perseguitano solo per avergli presentato carrettate di donnine disponibili, dato che lui, a settantacinque anni suonati, è ancora un grande seduttore.
L'incontro con le "toghe rosse" ( e terrone ) era previsto per domani.
Lui ci sarebbe andato di corsa, dato che "non ha nulla da temere", ma domani proprio non potrà.
Dato che Barroso non capisce nulla di matematica, domani gli toccherà piantare di nuovo tutto e andare a Bruxelles a dargli delle ripetizioni, nella speranza che poi sia in grado di comprendere la manovra finanziaria italiana.
Nel frattempo nemmeno la borsa lo capisce, dato che oggi ha aperto in negativo.
Speriamo che, con tutti i "cretini" che lo circondano, trovi anche cinque minuti per fare un salto in Piazza Affari.

mercoledì 7 settembre 2011

CLANDESTINO ? AHI AHI AHI !






Da domani, anche chi si trova clandestinamente in Italia ed è sfruttato dai caporali che lo fanno lavorare in nero dovrà pagare le tasse.
Un'altra grande dimostrazione dell'accoglienza tipicamente italiana e della solidarietà che questo governo a trazione padan-leghista ha sempre manifestato verso i poveri e gli sfruttati.
La norma è stata inserita nella legge di conversione del decreto finanziario in discussione al Senato.
Il testo, al comma 35, infatti recita:

"A decorrere dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge, è istituita un'imposta di bollo sui trasferimanti di denaro all'estero attraverso gli istituti bancari, le agenzie <money transfer> ed altri agenti in attività finanziaria. L'imposta è dovuta in misura pari al due per cento dell'importo trasferito con ogni singola operazione, con un minimo di prelievo pari a 3,00 euro. L'imposta non è dovuta per i trasferimenti effettuati dai cittadini dell'Unione Europea, nonché quelli effettuati verso i paesi dell'Unione Europea. Sono esentati i trasferimenti effettuati da soggetti muniti di matricola INPS e codice fiscale."


Saranno quindi solo i lavoratori clandestini quelli che dovranno versare l'imposta, mentre nulla sarà dovuto dai cittadini dell'Unione Europea e dagli extracomunitari regolarmente assunti.
Il sospetto quindi che i caporali potranno comunque continuare a mandare i loro illeciti proventi all'estero è grande.
Resta da domandarsi perché ci si accanisca così sui più deboli.