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giovedì 19 luglio 2012

INFINE ANCHE LE FONTI UFFICIALI COMINCIANO AD AMMETTERLO : L'ITALIA E' A RISCHIO DEFAULT



Infine anche le prime fonti ufficiali cominciano ad ammetterlo: l'Italia è a rischio DEFAULT....

“L’Italia è a rischio default”
18/07/2012 - Luigi Zingales e l'allarme per il paese
“Se la situazione peggiora l’Italia non ce la fa”.
Lo afferma l’economista Luigi Zingales, docente alla Chicago Booth School of Business, intervistato dal Gr3 Rai.


“Gia’ 450 punti di spread sono per il governo impossibili da sostenere nel lungo periodo, difficili nel breve – aggiunge -: o lo spread rientra in termini relativamente veloci entro i 200 punti, o e’ veramente difficile che l’Italia riesca a evitare un default”.
Quanto alle prospettive del Paese, sottolinea Zingales, “purtroppo la Banca d’Italia ha ragione, il credit crunch si sta riflettendo sull’economia, e un Pil in calo del 2,5 per cento nel 2012 c’e’ tutto, finche’ non si risolve l’incertezza e’ difficile vedere segnali di ripresa”.


Continua

lunedì 16 luglio 2012

L’USCITA DALL’EURO NON E’ PIU’ SOLTANTO UN SOGNO LONTANO MA UNA CONCRETA REALTA’

di Pietro Valerio.
Ho fatto un sogno. Ho sognato che accendendo la televisione e guardando il telegiornale di una rete nazionale, avrei un giorno visto il servizio mandato in onda dalla coraggiosa emittente regionale TeleToscana Nord. Un servizio chiaro, sintetico, diretto che spiega tutto ciò che è avvenuto in Europa dall’introduzione dell’euro ad oggi senza troppe reticenze, omissioni. Il passo indietro della politica che ha volutamente aperto la strada alla tirannia dei mercati, il vero obiettivo dell’Unione Europea e della BCE che è sempre stato quello di privare i governi nazionali della loro sovranità politica e democratica, le possibili strade per uscire dalla dittatura della finanza seguendo magari l’esempio dell’Argentina, che dopo la crisi e il fallimento ha ripreso a crescere grazie al ritorno alla propria sovranità monetaria.

La rete televisiva locale TeleToscana Nord è stata coraggiosa non tanto perché si è schierata aggressivamente contro i cosiddetti poteri forti (chi sono? Quali sono i loro nomi?) ma perchè dire la verità oggi in Italia rappresenta un atto di coraggio. Nessun giornalista nazionale direbbe apertamente le cose dette nel servizio perché avrebbe paura di urtare la sensibilità dei politici al governo, i quali a loro volta non spiegano mai apertamente ai cittadini come stanno in realtà le cose perché temono di infastidire gli innominati dei poteri forti finanziari. Ma ascoltando il servizio avrete potuto notare che il giornalista non accenna mai a complotti della finanza, intrighi internazionali, ma ha descritto soltanto lo svolgimento dei fatti. Un vero miracolo.

Dire che la rinuncia alla sovranità monetaria e l’autonomia della BCE comporta la sudditanza nei confronti delle banche, che sono le uniche ad arricchirsi ogni volta che uno stato si indebita e paga maggiori interessi, non è altro che descrivere la verità di un fatto incontestabile. Altra cosa invece sarebbe capire perché gli stati dell’eurozona e i dirigenti politici di ogni singola nazione abbiano scelto volontariamente di aderire a questo progetto strampalato di unificazione monetaria, che non ha alcuna base scientifica: secondo le più accreditate teorie delle aree valutarie ottimali sappiamo infatti che non esistevano in Europa i presupposti di mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro) per potere fronteggiare eventuali shock asimmetrici. Quindi perché i nostri politici sono andati avanti lo stesso?

Facciamo alcune ipotesi. I nostri politici sono degli incompetenti e pensavano davvero che aggregarsi ad un progetto di moneta forte non svalutabile avrebbe comportato dei vantaggi per l’economia italiana. I nostri politici sono dei mercenari e sapevano già che un’unione monetaria così fatta avrebbe avvantaggiato soltanto i paesi strutturalmente più forti e costretto i più deboli a scaricare i costi sui salari dei lavoratori (svalutazione interna). Infine la via di mezzo: i nostri politici sanno e capiscono tutto ma non fidandosi della loro capacità di amministrare bene lo stato senza sperperi e sprechi, hanno preferito affidarsi al giudizio dei mercati finanziari, come se questi ultimi conoscano meglio di chiunque altro quale sia il metodo più razionale e sostenibile per indirizzare gli investimenti.

Questa terza ipotesi è sicuramente la più curiosa, perché prevede un misto fra l’incompetenza e la malafede. Togliere agli stati la possibilità di utilizzare la propria moneta e la propria banca centrale per finanziare la spesa pubblica affidandosi esclusivamente al sostegno dei mercati significa non capire affatto come funzionano i mercati finanziari internazionali. Gli investitori della finanza ragionano infatti sempre in un’ottica di breve periodo, cercando guadagni facili, alti e possibilmente privi di rischio, mentre uno stato per definizione deve concentrarsi sugli investimenti di lungo periodo, che includono il miglioramento delle infrastrutture pubbliche e il benessere sociale della cittadinanza, in termini di reddito e servizi. Fra le due visioni c’è un abisso di incompatibilità, che si è rivelata in tutta la sua grandezza nell’errata valutazione dei mercati dei titoli di stato di paesi con problemi strutturali come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, che per molti anni sono stati scambiati ad un valore abbondantemente al di sopra di quello reale. Fra l’altro se i mercati fossero così corretti, imparziali e precisi nelle loro scelte di investimento non assisteremmo con ciclica frequenza all’insorgere di bolle speculative o crisi finanziarie.

Eppure i politici italiani, che ormai possono essere tranquillamente divisi in neoliberisti conservatori (PDL, Terzo Polo) e neoliberisti riformatori (PD, Italia dei Valori), hanno sempre creduto nella validità universale e assoluta del giudizio dei mercati, appoggiando con convinzione la linea dell’austerità tedesca e le iniziative di aumento della pressione fiscale di Monti. Almeno fino a quando all’orizzonte non è apparsa la stella di Hollande, che insediandosi all’Eliseo potrebbe stravolgere l’attuale struttura dell’Unione Monetaria Europea, mettendo un freno alle politiche di rigore imposte dal Fiscal Compact e cambiando lo statuto della BCE per consentire i finanziamenti diretti agli stati. Da Bersani a D’Alema a Tremonti, è stato un coro di consenso trasversale alla possibilità del cambio di guardia alla presidenza della Francia, ma abituati come sono a salire sul carro del vincitore i politici italiani non si sono accorti delle loro infinite contraddizioni: ma se auspicano tanto un cambiamento strutturale ed epocale dell’Unione Europea perché non cominciano a muoversi autonomamente?

Chiedere a gran voce ai francesi di intervenire per invertire la rotta e intanto votare nel silenzio più assoluto il pareggio di bilancio in costituzione è un comportamento un po’ anomalo e ambiguo. Ma se i politici ormai ci hanno abituato a queste acrobazie dell’incoerenza, cosa dicono i tecnici? Lo stesso Monti al momento del suo insediamento aveva timidamente dichiarato che dopo avere svolto il compitino a casa, che si è rivelato il solito salasso per le fasce deboli, avrebbe fatto delle precise richieste a Bruxelles. Quali? Quando inizia a farsi sentire e a battere i pugni? Cosa sta aspettando? Il governo Monti ha una maggioranza bulgara, il consenso popolare e i suoi sostenitori politici sembrano scalpitare, quantomeno a parole, per rivedere alcuni vincoli inaccettabili dei trattati europei. Eppure al momento di descrivere punto per punto le modifiche da apportare, bocche cucite e divagazioni varie.

Attendere la vittoria di Hollande per mettersi alla ruota del suo carro e puntare il dito contro gli errori e orrori dell’eurozona, sembra il consueto atteggiamento vile di chi si nasconde dietro un paravento per paura di esporsi in prima persona. I nostri governanti aspettano che sia Hollande a lanciarsi impavido contro i tecnocrati europei e la perfida Merkel, verificheranno quale sarà il risultato di questo scontro frontale e poi decideranno da che parte schierarsi. Se vince la linea del cambiamento di Hollande, allora non c’è dubbio che i soliti veterani della viltà italica annunceranno trionfanti: “Io avevo sempre sostenuto che così com’era l’eurozona non poteva funzionare, la strategia dell’austerità della Germania ha solo peggiorato le cose, lo statuto della BCE andava cambiato, lo capisce anche un bambino etc”. Viceversa se dovesse vincere il fronte del rigore della Merkel, tutti di nuovo in riga a trottare, perché a differenza dei bambini che hanno il coraggio di parlare, di esprimere concetti chiari e comprensibili, i nostri politici annaspano nella vaghezza più assoluta, cambiando opinione come delle banderuole a seconda di dove tira il vento e assicurandosi sempre di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte per non scontentare nessuno.

Ma la verità di fondo di questa estrema prudenza purtroppo potrebbe essere un’altra. I vari D’Alema, Bersani, Alfano, Tremonti, Casini hanno riconosciuto in Hollande un loro simile, un alleato, un neoliberista della stessa pasta che non si sognerebbe nemmeno per sbaglio di cambiare una virgola dei trattati europei, che tanti vantaggi comportano agli adorati sponsor dell’alta finanza e indirettamente anche a loro stessi. I suoi discorsi demagogici fanno parte di un copione già scritto da utilizzare soltanto in campagna elettorale. Quando incalzati dalle elezioni, quasi tutti i politicanti neoliberisti, di destra o sinistra che siano (la differenza ormai nessuno la conosce), iniziano a scagliarsi contro la finanza, i grandi redditi, l’eccessiva pressione fiscale, le storture del progetto europeo, ma poi arrivati alla resa dei conti si fermano sempre davanti ai soliti ostacoli: “Questo non si può fare perché ce lo vieta l’Europa, questo si deve fare perché ce lo chiede l’Europa, non possiamo permettere la fuga dei capitali, la Tobin tax si deve fare a livello mondiale, la BCE deve mantenere il suo ruolo di garante della stabilità dei prezzi etc”.

Messo da parte il furbo Hollande, la vera novità dell’ultima tornata elettorale francese è stata invece il clamoroso successo del partito di estrema destra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che aveva un programma chiaro e senza mezze misure: uscire dall’euro subito, perchè questa moneta sbagliata e fallimentare ci sta ammazzando tutti. Se non fosse stato per le sue posizioni xenofobe contro l’immigrazione, Marine Le Pen avrebbe sicuramente raccolto ancora più voti rispetto al già incredibile 18%, perché meglio di chiunque altro aveva centrato in pieno il cuore di tutti i problemi europei. E’ inutile tergiversare, questa lotta al massacro farà cadere ad uno ed uno tutti i paesi europei e per diverse ragioni di parte e interessi nazionalistici, nessuno avrà mai il coraggio di cambiare i trattati o la forza di modificare gli equilibri attuali. Quindi invece che stare ancora su questo treno malandato e impazzito senza conducente, meglio scendere subito e percorrere a piedi un’altra strada.

Ancora in Europa non si era mai vista una posizione così chiara, autorevole e determinata che indicasse nell’uscita dall’euro l’unica strada percorribile. Se confrontiamo la limpidezza della Le Pen con la confusa ambiguità del maggiore movimento politico di estrazione populista, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ci accorgiamo delle enormi differenze che esistono fra chi ha le idee chiare e chi invece sguazza nella propaganda fine a se stessa vivendo soltanto di sondaggi e di fiammate improvvise. Beppe Grillo infatti non ha mai avuto una posizione netta e univoca sull’uscita o meno dall’euro, dichiarando un giorno sottovoce che l’euro è una schifezza e ripiegando il giorno dopo sulla solita banalità che senza l’euro potremmo stare anche peggio. Se diamo un’occhiata al programma economico del Movimento 5 Stelle possiamo ritrovare questi punti:
  • Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno
  • Allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei
  • Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari
  • Favorire le produzioni locali
  • Sostenere le società no profit
  • Sussidio di disoccupazione garantito

Tutte proposte condivisibili e sottoscrivibili in pieno, ma come volevasi dimostrare spulciando il programma del Movimento 5 Stelle non c’è nessuna posizione definitiva riguardo all’euro e alla sostenibilità dell’intera eurozona, perché a Beppe Grillo non interessa risolvere i problemi ma speculare e vivacchiare sui problemi esistenti: il suo Movimento 5 Stelle è in pratica come la Chiesa che senza la fame del mondo e la sua funzione caritatevole non avrebbe più alcun senso di esistere.

Ma se non vuole ritornare ad una piena sovranità monetaria, potrebbe spiegarci Beppe Grillo o qualcuno dei suoi come intende trovare i soldi per finanziare questi progetti? Vuole aumentare le tasse? Oppure vuole ridurre soltanto gli sprechi come è giusto che sia? E una volta azzerati gli sprechi e ridotto all’osso lo Stato, come intende continuare a finanziare gli altri progetti? Sa Beppe Grillo che per detassare e sostenere con sussidi le imprese nazionali non bisogna avere vincoli di bilancio pubblico?

Insomma, il populismo all’acqua di rose di Beppe Grillo, che giustamente non vuole avere alcuna connotazione politica, vive sull’astrattezza pura e non va mai oltre il seminato delle sue battaglie sacrosante per la difesa del territorio e l’importanza strategica delle amministrazioni locali. Ma se messo di fronte ad una visione più ampia e lungimirante degli eventi il Movimento 5 Stelle si ferma bruscamente perché sembra non volere pestare i piedi a nessuno, tranne a quei pochi sciamannati del teatrino della politica italiana, che sono ormai un bersaglio fin troppo facile e comodo per chiunque. In Italia quindi devono essere ben altri i movimenti e i partiti politici extra-parlamentari che devono sobbarcarsi l’impegno di una seria lotta all’euro, senza pregiudiziali o compromessi di sorta. Una lotta basata su dati di fatto reali, evidenze empiriche, ragionamenti logici che dimostrano come una moneta sbagliata, gestita in maniera sbagliata, può essere la più grave minaccia per la stabilità sociale ed economica di una nazione.

Nessuno vuole fare una battaglia all’euro per partito preso, ma è l’euro stesso, per come è stato progettato e congegnato, a muovere una guerra devastante contro tutti i popoli europei. Se non si ha coscienza di questa verità, non si può andare da nessuna parte se non infilarsi nel vicolo cieco dell’austerità, dell’intervento sovranazionale della trojka (UE, BCE, FMI), della ristrutturazione del debito in stile greco e del ritorno al punto di partenza, senza avere risolto nessuna delle cause del tracollo. Per fortuna però in Italia comincia a muoversi qualcosa, come dimostra questo ottimo articolo di Claudio Borghi su Il Giornale, dal titolo emblematico: “Ora l’uscita dall’euro non è una bestemmia”. Ma è sempre dall’estero che dobbiamo ricevere le indicazioni più preziose per capire quali strade seguire per un’uscita rapida ed indolore dall’euro, come suggerisce l’inglese The Economist (vedi l’interessante mappa interattiva sotto che chiarisce quale sia la situazione attuale dell’Unione Europea).

http://media.economist.com/sites/defaul ... roEcon.swf

I politici e i cittadini europei devono cominciare a prendere in considerazione quello che prima era ritenuto impensabile. La storia è disseminata di unioni monetarie che si sono sciolte per palesi difetti di progettazione. L'Irlanda ha lasciato la zona sterlina. I paesi baltici sono fuggiti dal rublo russo. I cechi e gli slovacchi si sono separati reciprocamente. Perché l'euro non dovrebbe rompersi?

I fondatori dell'euro sono stati troppo superficiali a non prevedere turbolenze capaci di evidenziare come accade oggi le lacune di progettazione, perché forse erano concentrati a creare un serio rivale del dollaro americano. E invece i padri dell’euro sono riusciti nell’impresa non facile di ricreare una versione moderna del gold standard, abbandonata quasi cento anni fa dai loro predecessori. Incapaci di svalutare la propria moneta, i paesi europei stanno lottando l’uno contro l’altro per cercare di riguadagnare competitività tramite la "svalutazione interna", vale a dire, spingendo verso il basso i salari e i prezzi.
Una strategia dolorosa che sta portando in Grecia e Spagna una disoccupazione superiore al 20%, senza peraltro superare la diffidenza dei creditori internazionali, che continuano a dubitare sulla tenuta futura dell’euro. Quale sarebbe la ragione di vivere con questo giogo? I trattati possono dichiarare l'euro "irrevocabile", ma i trattati possono pure essere cambiati in qualsiasi momento. Il primo tabù è stato rotto l'anno scorso quando la Germania e Francia hanno minacciato di espellere dall’euro la Grecia dopo che il governo ellenico di Papandreou aveva proposto un referendum sui nuovi termini del piano di ristrutturazione del debito.
Uno dei motivi che tiene ancora in piedi l’euro è la paura di un caos finanziario ed economico senza precedenti. Un altro è l'impulso a difendere l'investimento politico pluridecennale nel progetto europeo e le proprie posizioni forti acquisite nel tempo, come quella della Germania. Non a caso, nonostante il secondo salvataggio della Grecia, la cancelliera tedesca Angela Merkel continua a ripetere che l’uscita dall’euro sarebbe "catastrofica". La signora Merkel però non è pronta a prendere i provvedimenti definitivi necessari per stabilizzare l'euro una volta per tutte. La decisione della scorsa settimana di alzare il firewall fino a 800 miliardi di euro è solo di facciata, perché le vere potenzialità di prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM) sarà di 500 miliardi di euro. E non c'è alcuna prospettiva, almeno per ora, di socializzare una parte del debito complessivo tramite eurobond o altri strumenti finanziari.

Così la zona euro resta vulnerabile a qualsiasi shock interno o esterno. I mercati restano ancora preoccupati per il rischio di un default e di un crollo parziale o totale dell'euro. Il buon senso suggerisce che i leader europei dovrebbero iniziare a pensare a come gestire un'eventuale rottura improvvisa della moneta, ma nessuno di loro ha ancora il coraggio di pianificare un serio programma di uscita ordinata.

Paradossalmente, sono gli stati fuori dall’euro come la Gran Bretagna a riflettere e valutare le varie alternative. Un gruppo di esperti inglesi vicini al Partito Conservatore euroscettico hanno indetto un concorso per premiare con 250.000 sterline il miglior piano per gestire l’uscita dall'euro dei paesi dell’eurozona. Uno dei concorrenti, Jonathan Tepper, ha elencato 69 casi di rottura di una valuta o unione monetaria nel secolo scorso. Nella maggior parte degli esempi riportati i paesi coinvolti non hanno avuto gravi danni economici a lungo termine. In realtà, lasciando l'euro sarebbe più probabile che i paesi più in difficoltà sarebbero in grado di recuperare in fretta. Riprendendo la storia della scomparsa dell'Impero Austro-Ungarico, il signor Tepper ha illustrato uno scenario per l’uscita della Grecia.

I titoli di stato denominati in euro dovrebbero essere convertiti in dracma, mentre quelli denominati in valuta straniera verrebbero ristrutturati. Bisognerebbe tenere chiuse le banche per almeno una settimana per aggiornare il software e cambiare tutti i depositi in nuovi dracme. Dovrebbero essere effettuati controlli sui capitali per impedire la fuga di denaro all'estero. Per i contanti, i greci potrebbero utilizzare le banconote in euro esistenti segnalati magari con un particolare inchiostro o un timbro. Una volta stampate le nuove banconote dracma, verrebbero ritirate le vecchie banconote euro e il passaggio sarebbe in pratica concluso.

Un altro concorrente finalista, Roger Bootle, sostiene che potrebbe essere migliore iniziare con la partenza della Germania e degli altri paesi forti. Ma ad ogni modo qualsiasi frammentazione creerà vincitori e vinti, con molti fallimenti e problemi legali. Le imprese coinvolte in attività transfrontaliere troverebbero di colpo che le loro attività e passività avranno cambiato valore. La stima dei danni sarebbe così grande, e i contenziosi così rovinosi, che l'opzione migliore è quella di abolire il corso legale dell'euro non appena un paese lascia l’unione monetaria, in modo da invalidare tutti i contratti in euro.

Nel loro programma Jens Nordvig e Nick Firoozye sostengono che mettendo a punto una pianificazione controllata si potrebbero ridurre incertezze e perdite. In base alle informazioni attuali ci sono circa 30 miliardi di euro di attività transfrontaliere denominate sotto una giurisdizione straniera, comprese obbligazioni, prestiti, derivati e swap. Le turbolenze potrebbero essere minimizzate attraverso la conversione di tutti questi contratti in una forma modificata dell'Unità Monetaria Europea (ECU, European Currency Unit), il paniere di valute nazionali che ha preceduto l'introduzione dell’euro. Catherine Dobbs, l'ultima concorrente, propone di rimediare la frittata dividendo l'euro in due (o più) zone: "tuorlo" e "albume". Ogni nuova valuta nazionale verrebbe convertita in una combinazione fissa dei due euro. I risparmiatori verrebbero così protetti, almeno inizialmente, da eccessive svalutazioni e la fuga di capitali verso altri paesi della zona euro sarebbe scoraggiata. Nel corso del tempo, il più debole tuorlo comincerebbe poi a svalutare rispetto all’albume più forte.

Insomma le idee non mancano, ma il destino dell'euro sarà probabilmente determinato da una convergenza di scelte politiche ed economiche. Uno stato debitore, come l’Italia o la Spagna, potrebbe alla fine stancarsi di applicare programmi di austerità o svalutazione interna. Uno stato creditore a sua volta potrebbe stancarsi di sostenere gli altri. Ma l'esito peggiore di eventuali controversie sarebbe un’uscita caotica dall’euro, mentre un ordinato processo di uscita potrebbe diminuire le perdite e aumentare i benefici del ritorno alla sovranità monetaria, salvando dalla disintegrazione i principi generali e fondamentali del mercato unico, a cui nessun paese in verità ha mai detto di voler rinunciare. Chissà magari il sogno di liberarci definitivamente dalla prigionia dell’euro potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo.


FONTE

lunedì 17 ottobre 2011

CARABINIERI ? NON PIU'. ADESSO SI CHIAMANO EUROGENDFOR: LA NUOVA POLIZIA EUROPEA CON POTERI ILLIMITATI





C'è qualcuno che sa cos'è e cosa contiene il Trattato di Velsen?

Qualcuno ha mai sentito pronunciare il nome EUROGENDFOR?

No?

Allora, spieghiamo cosa sono e perché tutti i cittadini dovrebbero preoccuparsene.

Il Trattato di Velsen è stato firmato da Italia, Francia, Portogallo, Spagna e Olanda, a cui, successivamente, si è aggiunta pure la Romania. Con questo trattato, il 18 Ottobre del 2007, ha visto la luce l'EUROGENDFOR, acronimo di European Gendarmerie Force (http://www.eurogendfor.eu/), cioè la costituzione di un'unica forza di polizia che raggruppa le varie polizie militari, nel nostro caso i Carabinieri, dei paesi contraenti.

Questa Polizia sovranazionale sarà a disposizione della UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche.
Una forza pre-organizzata e dispiegabile in tempi rapidi e capace di eseguire tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi.
Potrà garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico, eseguire compiti di polizia giudiziaria, monitorare la polizia locale nell’adempimento dei propri servizi, compiere investigazioni criminali, dirigere la pubblica sorveglianza, operare come Polizia di frontiera, regolamentare il traffico, acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence, proteggere la popolazione e la proprietà.
E, dulcis in fundo, godrà anche di una pressoché totale immunità per tutto quello che riguarda i suoi compiti.

Infatti, andando a leggere gli articoli del trattato, possiamo leggere (art. 21) che "i locali, edifici, archivi (anche informatici ed anche se non ivi presenti) appartenenti ad Eurogendfor sono inviolabili"; che (art.22) "le proprietà ed i capitali di Eurogendfor sono immuni da provvedimenti esecutivi dell'autorità giudiziaria"; che (art.23) "tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possono essere intercettate"; che (art.28) "i Paesi firmatari rinunciano a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale di Eurogendfor"; e, infine, che (art.29) "gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in uno specifico caso collegato all’adempimento del loro servizio".

Già così c'è da farsi rizzare i capelli in testa. I nostri Carabinieri diventano un corpo totalmente svincolato dalle leggi italiane, i cui appartenenti godono di piena libertà operativa, non sono assolutamente più perseguibili anche nel caso di palesi violazioni di qualunque diritto e non devono risarcire alcunché in caso di danni a cose e/o persone.
In più, il quartier generale di questa forza armata sovranazionale e tutti i materiali in essa contenuti, sono assolutamente inviolabili e inaccessibili: una totale extraterritorialità.

E dove si trova questo inaccessibile centro spionistico-investigativo? A Vicenza, presso la caserma dei Carabinieri "Generale Chinotto", vicinissimo alla più grande base Usa presente in Italia, che non dipende dalla Nato, bensì direttamente dal Pentagono. Strane coincidenze.

Ma mica è finita qui. C'è anche di peggio.

Leggendo l'articolo 4 del trattato, si scopre che l'Eurogendfor potrà operare anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status, per così dire, civile in tutte le fasi di gestione di una crisi.
Inoltre, il proprio personale potrà operare sia sotto il comando militare, che sotto quello civile.

L'unico organo a cui questa organizzazione è tenuta a rispondere del proprio operato è il suo comitato interno, composto da appartenenti all'organizzazione stessa: una vera garanzia di trasparenza.

Questo democraticissimo trattato è stato ratificato dal parlamento italiano, praticamente all'unanimità il 14 Maggio 2010 con la Legge n.84 ed è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale l'11 Giugno seguente.
Pare che i nostri prodi onorevoli abbiano votato la ratifica senza aver mai letto il trattato vero e proprio (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/gendarmeria_europea/trattato_velsen.pdf), ma in base ad un compendio riassuntivo del testo (http://www.governo.it/backoffice/allegati/53177-5775.pdf).

Pensate a come si potrà manifestare tranquilli, quando l'ordine pubblico sarà garantito da costoro.
Forse la proposta di oggi di Di Pietro, di una nuova legge "Reale", andrebbe salutata con sollievo...

venerdì 14 ottobre 2011

OGGI I NODI VENGONO AL PETTINE. SICURI CHE NESSUNO L'AVESSE PREVISTO ?

ITALIA ALL'ASTA : LA STRATEGIA ANGLO-AMERICANA DIETRO LE PRIVATIZZAZIONI IN ITALIA

Documento diffuso dall'EIR e dal Movimento Solidarietà il 14 gennaio 1993

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall'assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese.
Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l'ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d'Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade
Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: “Stiamo per passare dalle parole ai fatti”. Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c'è il capitale necessario.
Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell'urgente necessità di privatizzare per ridurre l'enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il “primo mobile” dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L'obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc.Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell'ENI, dell'IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell'OCSE e nel mondo dei mass media.
Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times . Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l'autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.

La globalizzazione e il “Big Bang” londinese

La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso “promuovere la competitività”, fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della “Lady di Ferro”.
Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l'economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall'economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.Friedman è l'architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all'idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l'eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una “merce” normale, in modo da permettere al consumatore di “scegliere liberamente” se acquistarla o meno.
Sotto la rivoluzione “liberistica” imposta dalla Thatcher sono state messe all'asta le imprese migliori dell'Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell'acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella “privatizzazione” furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.
D'altro canto quel “collaudo” dimostra come non sia affatto vero che l'industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l'Inghilterra è stata superata anche dall'Italia. L'essenza del “liberismo” thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell'economia nazionale.
Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell'ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il “Big Bang”. Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.
In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell'alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese.
Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L'Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL. Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale.
Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del “liberismo ad oltranza”, la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la “mano invisibile” tanto cara alle teorie liberistiche. Questa “mano invisibile” anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente “consulenze finanziarie” proprio a quella cricca di finanzieri.
Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Regan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una “rivoluzione finanziaria” sulla stessa falsariga che in America fu chiamata “deregolamentazione dei mercati finanziari”.Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell'economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla “legge del Far West” che prevede la sopravvivenza del più cattivo.Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era “tutto è ammesso, dillo con i soldi”. Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle “obbligazioni spazzatura”, o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l'impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel.
In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la “globalizzazione dei mercati finanziari”. Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e “vincere”.Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come “superato”, “obsoleto”, “non abbastanza dinamico”; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l'intera Europa fu accusata di soffrire di “Eurosclerosi”. Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati “arretrati” o “provinciali” e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.
La grande speculazione e la finanza angloamericana
Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla “globalizzazione” dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni '60, inizio anni '70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell'economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all'estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L'astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell'IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all'estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di “banchiere mondiale” che la City aveva svolto fino al 1914. E' ironico che il primo prestito in “Eurobbligazioni” sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell'IRI.
La vera trovata di Warburg fu però l'uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti “Eurodollari”, che si rivelarono l'innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l'ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di “tassi di cambio fluttuanti” che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.
Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la “crisi petrolifera”, l'oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del “ricatto” esercitato per mezzo del dollaro sull'economia mondiale. Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l'egida del Club Bilderberg, c'era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l'OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.
Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l'idea col nome di “riciclaggio dei petrodollari”. I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell'americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull'economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l'intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all'idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei “petrodollari” in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.
Negli anni '80, dopo due crisi petrolifere e l'equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore “fluttuante” del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle transazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.
La Lugano connection
A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella “privatizzazione” delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all'uopo come “consulenti” del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell'Industria Giuseppe Guarino, contrario a una “svendita” del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di “insider trading” che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un “ufficio di guerra economica” in stile britannico, per fronteggiare quelli che l'ex capo della CIA William Webster chiamò “gli alleati politici e militari dell'America che sono i suoi rivali economici”. Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l'attuale vicepresidente, Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro “senior partner”, John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei “futures”. La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un “ufficio operativo” a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.
La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata “La Mina”, che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.
Dopo gli scandali di “insider trading” e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska. Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell'American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank. Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni '80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l'Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.
La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l'Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della “Pizza connection”, che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L'aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All'epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l'ex presidente della Merrill Lynch Donald Regan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall'IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.
Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come “consiglieri per la privatizzazione”. Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!
Moody e la guerra della lira
Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l'agenzia di “rating” newyorchese Moody's annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l'Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody's fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody's è famosa perchè usa come arma “politica” la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell'Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody's, John Bohn, ha ricoperto un'alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.
La mossa di Moody's costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d'interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l'inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell'attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande “vantaggio”. Calcolato in dollari, l'acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l'ultimo attacco speculativo dell'inizio dell'anno, la lira si va assestando sul valore “politico” di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.
Come mai questa “coincidenza”? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, “senior adviser” della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d'interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l'Ina (Convegno presso l'Assolombarda il 30 settembre 1992)?
Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell'IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l'Europa applichi verso i paesi dell'est una politica simile a quella dell'accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all'est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all'ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all'est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.
Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d'interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l'11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d'Italia mantiene il tasso d'interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.Andando avanti su questa strada, l'Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d'uscita è l'adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all'avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partners europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d'Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi “di mercato”, cioè da usura. I motivi che hanno portato al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d'Italia, e cioè l'improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro.
Una efficace repressione dell'attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L'alternativa è il caos e la guerra civile.
Il ruolo della Lega nel piano delle privatizzazioni
Un capitolo a parte merita il ruolo svolto dalla Lega Nord nella strategia anglo-americana di saccheggio dell'economia italiana. La Lega Nord, infatti, con la sua politica liberista radicale, è lo strumento politico ideale per realizzare gli obiettivi angloamericani. La Lega propone la privatizzazione di ogni attività economica in mano allo stato, dall'energia ai trasporti, dalle industrie di difesa alla Rai. Se si realizzasse la politica della Lega, non occorrerebbe sancire la secessione del Nord dal Sud (e infatti Bossi ha abbandonato il progetto di “Repubblica del Nord”, definendola una “provocazione”), in quanto la Repubblica italiana si frantumerebbe da sé. Allo stato centrale, infatti, secondo i leghisti, resterebbero solo i poteri di battere moneta, di difesa e di politica estera. Ma, poichè il primo è saldamente nelle mani della Banca d'Italia e il secondo, come gli stessi leghisti affermano, sarà delegato a strutture sovrannazionali nell'ambito dei nuovi scenari di guerre Nord-Sud, lo stato nazionale italiano sará una vuota carcassa.Ecco perché la Lega è stata appoggiata dai media che fanno capo alla City di Londra (Economist, Financial Times) e a Wall Street (Wall Street Journal, Time). E' difficile scoprire diretti legami tra questi centri finanziari internazionali e la Lega, anche se si può ipotizzare l'esistenza di contatti nell'ambito di canali massonici. Certamente si nota una straordinaria coincidenza tra l'ideologia leghista e i programmi sviluppati da certi centri studi. Un esempio: la trasformazione dell'Italia in “macroregioni” è una politica ufficialmente promossa dalla Fondazione Agnelli, che alla fine del 1990 avviò un progetto chiamato “Padania”, poi presentato in un convegno tenutosi a Torino l'11 e il 12 giugno 1992, con la partecipazione dell'ideologo della Lega, Gianfranco Miglio. Scopo del convegno fu quello di discutere “soluzioni specifiche, procedurali e/o istituzionali” per l'autonomia amministrativa della “macroregione” Padania, allo scopo di valorizzarne le risorse con “opportune competenze di governo”. Al di là del linguaggio formale, è chiaro che la Fondazione Agnelli promuove il progetto leghista. La Fondazione Agnelli, come è noto, fa capo alla famiglia Agnelli, legata a Enrico Cuccia, il “garante” degli equilibri economico-finanziari tra le grandi famiglie italiane e i centri di potere internazionali, ai quali è collegato tramite la banca Lazard.
Checché ne dica Bossi, egli si sta muovendo esattamente verso la distruzione dello stato nazionale, obiettivo ben chiaro nelle strategie dei suoi sponsor internazionali. Lo stesso organo della Lega, Repubblica del Nord, ha pubblicato il 21 ottobre 1992 uno studio promosso dalla “Associazione Americana di Geografia” (che dovrebbe essere la National Geographic Society, un'istituzione che fa capo a diversi servizi di intelligence USA), la quale prevede entro sei anni la divisione dell'Italia in cinque repubbliche, Nord, Centro, Sud e le isole. Un progetto coerente col disegno leghista, tanto che l'organo del partito di Bossi se ne compiace, e con quello attribuito alla Mafia di cui ha parlato, in una udienza presso la Commissione Parlamentare Antimafia, il pentito Leonardo Messina.
C'è di più: da Lombardia Autonomista del 29 luglio 1992 apprendiamo che la rivista americana Telos, diretta da Paul Piccone, giudica il modello leghista “generalizzabile a tutta Europa”. Piccone è noto per aver appoggiato le Brigate Rosse negli anni caldi del terrorismo italiano, sempre dalle colonne della rivista Telos, che a quel tempo era il punto di riferimento della sinistra “marxista” americana. Una costante, quindi, il sostegno alla destabilizzazione, condotto con un modus operandi che corrisponde alle classiche “covert operations” della CIA.

sabato 8 ottobre 2011

PAOLO BARNARD : "IL PIU' GRANDE CRIMINE". AGGIORNAMENTO 7 : "SCIAME SISMICO"

Tre quarti catastrofico, nel finale un po’ di speranza. Lo dico con estrema serietà, non gioco a far sensazione con gli allarmi. Il motivo per cui scrivo ciò che segue è che se non si accetta di vedere le cose come esattamente stanno, non potremo mai agire per salvare il salvabile. I media e i pubblici ufficiali mentono, non ci dicono neppure un terzo della verità. Temono il panico civile, ma così ci condannano.

Sappiamo per certo (gli abruzzesi più di tutti purtroppo) che prima di un devastante terremoto ci sono dei segnali precisi da cogliere. Per esempio il cosiddetto sciame sismico, oppure la fuga inspiegabile e in massa di animali dai boschi o dagli stagni, o i cambiamenti nella ionosfera e le emissioni anomale di gas radon dal terreno. Poi arriva il cataclisma. Nell’economia della nostra vita di oggi, parlo di voi famiglie, sta accadendo la stessa identica cosa. Ci sono i segnali peggiori, ci sono tutti, si stanno srotolando davanti ai nostri occhi in queste ore, mentre state leggendo queste righe e smaltendo le calorie di Natale, e poi arriverà il cataclisma, ma non uno qualsiasi, sarà Il Cataclisma. Sui tempi non è possibile sbilanciarsi, ma non saranno decenni, al massimo 2 o 4 anni, forse prima. Di seguito quei segnali:

1) Gli Stati Uniti stanno nascondendo al mondo la gravità della crisi che hanno scatenato, soprattutto i devastanti danni interni al Paese stesso. Non trovo parole migliori per darvi l’idea di quanto appena affermato di quelle scritte il 13 dicembre scorso sull’acuto Huffington Post di Washington: “Se vi siete goduti i primi 3 round della crisi finanziaria, adorerete i prossimi 6, quando i mercati pesteranno a sangue le banche di Wall Street, con il governo che le rianimerà coi sali per un altro round di botte (mentre i manager incasseranno miliardi). Ma alla fine non funzionerà, Wall Street andrà al tappeto trascinandosi dietro i cittadini in una Grande Depressione che i vostri pronipoti studieranno sui libri di scuola, ridendo dei goffi tentativi di Obama di raddrizzare i conti mentre l’America si sta beccando in faccia la peggior tempesta di tutta la sua storia”.

Gli USA andranno al tappeto, per la semplice ragione che 35 anni di economia neoliberista li hanno letteralmente distrutti: le loro banche sono in pratica tutte fallite e si reggono solo grazie a esborsi immensi di denaro pubblico, ma non ce lo dicono; i debiti dei cittadini sono stellari e in aumento senza speranza di essere ripagati; i debiti delle municipalità ancora peggio, e stanno fallendo interi Stati dell’unione; e le dimensioni piene della truffa finanziaria che hanno sparso nel mondo neppure si sono manifestate ancora (i dettagli nei miei aggiornamenti precedenti). Il gigante a stelle e strisce non ha speranze, questa volta va al tappeto e tutto il mondo rimarrà di pietra. Basterebbe la grippatura del primo motore economico mondiale (non contate sulla decantata Cina, è ancora un nano rispetto agli USA) per garantire all’Europa il tracollo. Ma diciamola tutta, ma proprio tutta: noi europei siamo stati da 40 anni assoggettati alla nostra particolare cura all’arsenico chiamata Neomercantilismo franco-tedesco, più Unione Europea e Unione Monetaria (tutto spiegato nell’aggiornamento 6), per cui noi avremo il dubbio privilegio di vederci arrivare lo Tsunami americano mentre stiamo agonizzando sotto le macerie di un terremoto. E sarà ancora peggio per voi miei affezionati lettori, perché mentre sguazzeremo fra i relitti del Titanic europeo che cola a picco nel gelo delle speranze, chi avrà letto Il Più Grande Crimine saprà che tutto questo fu precisamente voluto a tavolino da un nugolo di uomini che non erano né il Pdl, né la Mafia, né la Camorra, né la Casta.

2) Negli ultimi giorni i Credit Default Swaps (CDS) per chi investe nell’Eurozona sono andati alle stelle. Che significa? I CDS sono una sorta di assicurazione che un investitore fa per difendersi dal pericolo che i suoi investimenti finiscano al macero se i debitori fanno bancarotta. I mercati dei CDS sono un perfetto termometro della salute di quei debitori. Se si ritiene che essi siano affidabili, ok, ma se li si ritiene in punto di morte ovviamente il prezzo delle polizze CDS schizza alle stelle. Per esempio il CDS iTraxx Europe five-year index, che dice quanto affidabili siamo noi europei per chi ci vuole prestare denaro, è al livello record di 105. Ma ecco la chicca: vi ricordate che noi Stati dell’Eurozona siamo stati ridotti alla condizione di non avere più moneta sovrana (lire, marchi…) e di dover PRENDERE IN PRESTITO DAI PRIVATI OGNI SINGOLO EURO che spendiamo per la vita pubblica? Ecco, immaginate cosa ci costerà da adesso prendere in prestito tutti quei soldi con dei CDS a quel livello, cioè con gli investitori (coloro che ce li prestano) coi sudori ghiacci e quindi con tassi d’interesse - che gli dobbiamo pagare per compensare i loro rischi - altissimi. Ma non saranno nei guai solo i Tremonti della situazione, lo saranno anche le aziende (dove lavori tu), i negozi (dove lavori tu), i ristoranti e bar (idem), cioè chiunque dovrà lavorare con le banche dell’Eurozona per chiedere prestiti, perché la catena della sfiducia non si ferma, e infatti “il credito in Europa continuerà ad agonizzare… i problemi non se ne andranno nel 2011” dice Teo Lasarte, european credit strategist di Bank of America Merrill Lynch (loro se ne intendono).

3) Il 15 dicembre del 2010, l’agenzia di rating Moody’s ha lasciato intendere che declasserà i titoli di Stato spagnoli. Ovvero: i pescecani stanno girando in circoli sempre più stretti attorno alla Spagna. Al primo morso, affondiamo tutti fra le loro fauci. Che significa? Primo, se stiamo con la metafora degli squali, cioè coloro che ho descritto ne Il Più Grande Crimine e che profitteranno della nostra rovina, le agenzie di rating sono come chi ti spintona fuori bordo proprio mentre attorno alla barca si affollano i pescecani. Esse (Moody’s, Standard and Poor’s o Fitch), senza averne alcun diritto sancito da concordati internazionali, hanno il potere di bocciare l’affidabilità economica di interi Stati, cioè dicono: “La Spagna ha le pezze al sedere (troppo debito), e quindi da ora se essa vuole vendere i suoi titoli di Stato dovrà promettere tassi d’interesse molto più alti (per compensare il rischio di chi glieli compra)”. Immediatamente i mercati dicono alla Spagna “non ti diamo più un soldo se non fai quello che dice Moody’s”, e la Spagna non ha scelta, deve obbedire, perché ricordate che non ha più moneta sovrana, ha invece l’euro che deve sempre prendere in prestito appunto vendendo titoli di Stato. Ma questo innesca immediatamente un circolo vizioso micidiale, dove la bocciatura di Moody’s allarma i mercati, che pretendono più interessi dal governo, ma se il governo paga interessi più alti si indebita ancora di più e questo porta ad un’altra bocciatura di Moody’s che porta a costi sempre più alti per la Spagna, che portano ad altre bocciature… fino all’inferno. Cioè Irlanda e Grecia. Ma attenzione qui, perché ci sono due conseguenze, una sanguinosa, l’altra mortale. La prima è che uno Stato come la Spagna, con una disoccupazione al 20,6% (nei giovani 43,6%), dovrà disperatamente tagliare la spesa pubblica senza pietà al fine di compiacere ai mercati di cui sopra, il che innesca un altro circolo vizioso di licenziamenti, povertà, quindi meno consumi, quindi aziende che vanno sotto, quindi ancora licenziamenti ecc. Come è noto i tagli alla spesa pubblica sono oggi il comando perentorio in tutti gli Stati dell’euro, e il Financial Times scrive “questi correttivi di spesa smorzeranno i mercati del lavoro fino alla fine del 2011”… auguri, mie care famiglie. La seconda è che tutti gli economisti concordano che se la Spagna fa lo stesso botto di Irlanda e Grecia, questa volta esplode anche l’Europa, semplicemente perché un salvataggio della Spagna è troppo costoso. Cioè sbancherebbe tutta l’Eurozona. Moody’s ha entrambe i palmi delle mani appoggiati alla schiena di Madrid, che sta in bilico sul bordo della nave, e sotto ci sono fauci micidiali. Lo spintone non è una questione di forse, ma solo di quando, perché come ho già scritto in passato le cause del crollo europeo sono tutte ancora presenti (l’euro per primo) e nessun politico le ha mai volute veramente affrontare. La Spagna va sotto e noi tutti con lei. Fine dell’Eurozona e dell’Unione Europea.

4) La Swiss National Bank è stata la prima banca centrale europea a rifiutare ufficialmente i titoli di Stato portoghesi e irlandesi. Perché importa? Il segnale sia alle banche colleghe che ai mercati è drammatico, in particolare per i governi di Lisbona e Dublino che vengono così etichettati come infetti. Nel presente arrangiamento, dove la dipendenza degli Stati sovrani dai mercati è del 100%, ciò equivale a una ghettizzazione che non lascia speranza. Si noti come tutti questi segnali innescano sempre una spirale verso il basso da cui le nazioni colpite non possono salvarsi. Ciò non accade a caso, e lo spiego più sotto. L’estensione di questa ‘unzione’ da parte della Swiss National Bank a Spagna e Italia è del tutto fuori dal controllo dei relativi governi, e la SNB si è rifiutata di chiarire se ciò può accadere a breve, commentando glacialmente “Quello che conta è il mercato”.

5) George Soros ha detto che la UE è a rischio di distruzione. Perché questo tizio conta? Soros è il più autorevole e micidiale investitore privato del mondo, è l’uomo che nel 1992 ha spaccato la schiena alla Gran Bretagna facendone collassare la sterlina, e la GB non è il Burkina Faso, è uno dei Paesi più potenti del mondo. Poi ha tagliato le gambe all’Italia, alla Korea ecc. Una parola allarmante del sopraccitato ha sui mercati (sempre quelli da cui noi Stati dell’Eurozona dipendiamo per avere ogni singolo euro da spendere) lo stesso effetto che un ammalato di peste bubbonica avrebbe sulla folla in piazza se si mettesse a urlare “ho la peste!”. Esattamente 24 ore prima del sopraccitato annuncio di Moody’s, Soros aveva rilasciato al Financial Times di Londra la seguente dichiarazione: “I tassi d’interesse imposti ai titoli di Stato dei governi europei più deboli soggetti al salvataggio della UE sono troppo alti. Essi rendono impossibile per quei governi il riscatto a fronte degli Stati più forti. Il circolo vizioso renderà i governi deboli sempre più deboli, lo scontro fra debitori e creditori sarà più aspro, e c’è il pericolo concreto che l’euro finisca per distruggere la coesione politica e sociale dell’Unione Europea”. Capito mercati? l’Europa si sta suicidando, ha detto Soros. Così funzionano i ‘pizzini’ del Vero Potere, si parlano fra di loro in questo modo, e bisognerebbe che una Wikileaks veramente dedicata a spulciare nelle cose che contano (e non nel semi-nulla finora rivelato) divulgasse la lista delle scommesse con i derivati che il Soros Fund Management LLC del buon George ha piazzato in questi mesi, assieme alla ridda di altri scommettitori (chiamati Hedge Funds) internazionali. La domanda è: quante di queste scommesse sono state piazzate contro l’euro e l’Eurozona? L’uso dei derivati per scommettere contro interi Paesi destinati artificiosamente alla rovina non è una novità; nel mese di settembre del 2010 gli Hedge Funds (come quello di Soros) avevano già piazzato centinaia di milioni di dollari di scommesse contro la Grecia. Cioè: letteralmente sono come chi scommette 100 denari che il mercato della carne crollerà, e poi sparge la voce che c’è la mucca pazza nelle bistecche.

6) Dal vertice della Banca Centrale Europea, a quello della Banca d’Italia, per passare per i comunicati dei tecnocrati di Parigi e Berlino, il coro è unanime: il Patto di Stabilità va imposto con maggior rigore. Cioè: se il paziente sta soffocando, tappategli anche le narici. Questo significa che vogliono dare il colpo di grazia all’Europa e ammazzarla una volta per tutte. Spiego: quando l’Unione Monetaria (l’euro) fu creata, i suoi padri pensarono di dotarla di una camicia di forza, proprio così, infatti in gergo finanziario si parla di straightjacket. Si tratta cioè di regole per immobilizzare gli Stati aderenti in certe condizioni economiche, che sono: inflazione bassa e armonizzata, deficit di bilancio non oltre il 3% del Prodotto Interno Lordo (PIL) e debito pubblico non oltre il 60% del PIL. Questa camicia di forza è stata chiamata Patto di Stabilità. Ci dissero che avrebbe innescato un processo virtuoso per l’Europa dove gli Stati avrebbero ripulito i conti di casa e tutti saremmo stati più ricchi e felici. Balle, proprio una menzogna totale. Non voglio parlare difficile, ma guardate che oggi tutti, ma proprio tutti quelli che contano in economia e finanza hanno già detto che il Patto di Stabilità è un suicidio, è una corda saponata bella e buona, che ci, vi, sta ammazzando. Tutti meno i criminali che l’hanno voluta e/o sostenuta, cioè i soliti Mario Draghi, Jean Claude Trichet, Jaques Attali, Jaques Delors, Theo Waigel, Giuliano Amato, Angela Merkel ecc. Alcuni di costoro infatti sono ancora oggi come cani rabbiosi a latrare in giro per l’Europa che non solo questa sciagura è valida, ma che va addirittura rafforzata. A una convention dei democristiani tedeschi in Baviera a inizio 2011, proprio il governatore della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet ha tuonato: “I governi europei non hanno scelta, devono cambiare politiche, devono rinforzare assai il Patto di Stabilità, e le politiche di spesa vanno riportate sul sentiero della virtù”. Tenete a mente queste ultime 4 parole, perché sono grottesche “il sentiero della virtù”. La criminosità del Patto, e cerco di essere semplice, si snoda in diversi aspetti molto complessi, ma di fondo ciò che esso fa – che è stato programmato per fare – è di costringere i Paesi meno ricchi d’Europa a limitare drasticamente la spesa pubblica; ma va compreso che per nazioni come la Grecia, la spesa pubblica è l’unica speranza di sopravvivenza per il grande pubblico, visto che il settore privato non è ancora in grado di generare abbastanza ricchezza da solo; in tal modo Grecia, Portogallo, Irlanda, ma anche l’Italia fra un po’, sono condannate a non poter mai raggiungere un livello di ricchezza apprezzabile; questo innesca il solito effetto a spirale negativa di svalutazione del loro mercato nazionale, che significa meno investimenti, che significa più disoccupazione e sottoccupazione, che significa più spese statali per gli ammortizzatori sociali, che significa però sgarrare il Patto di Stabilità, che significa attirarsi la bocciatura delle agenzie di rating, che significa perdere sempre più investimenti e pagare salatissimi i soldi che quei governi devono prendere in prestito, che significa ancora più disoccupazione che significa sempre più esborsi statali, altre bocciature, altri collassi economici… all’infinito. Non c’è salvezza da 'sta trappola, e non ci deve essere, perché lo scopo finale di essa, cioè del Patto di Stabilità, è proprio di collassare interi Paesi europei per rendere in semi schiavitù sia lo loro forza lavoro che i loro governi. Cioè: creare “sacche di lavoro alla cinese in Europa”. Ovvero creare quella che Marx chiamò “l’armata di riserva dei disoccupati”, da cui la grande industria attinge a piene mani per ricattare con arroganza sia i governi che i sindacati. Leggi Mirafiori… ma è un’altra storia.

E non è finita, per le vittime c’è ancora agonia: quando esse si trovano nelle pietose condizioni in cui sono state cacciate dal Patto di Stabilità, la UE dei tecnocrati criminali le costringe ad accettare i famosi ‘salvataggi’ del Fondo Monetario Internazionale e della UE stessa. Significa che Grecia, Irlanda e Portogallo, e chiunque verrà poi, si trovano a farsi prestare somme enormi in euro, che è una moneta che non possono emettere, per cui l’unica scelta che hanno per ripagare quell’immenso debito è di succhiare il sangue ai propri cittadini con tagli alla spesa sociale, al pubblico impiego, e ai salari. E giù di nuovo in una spirale infernale da cui è impossibile risorgere. Questo orrore criminoso è stato persino denunciato dai Nobel dell’economia Stiglitz e Krugman, ma viene liberamente ammesso anche dai giornalisti finanziari stranieri a viso scoperto se non li si cita per nome. Sto parlando non di noiosi numeri scritti sul Sole 24 Ore, ma di sofferenze di milioni di persone come me e voi famiglie per anni a venire.

Quindi la determinazione dei Padroni dell’Europa di confermare e rafforzare il Patto di Stabilità ci spedisce come continente dritti all’inferno, ora, mentre scrivo.

Questi i segnali, inequivocabili, assolutamente chiari. E non si dimentichi il lettore/lettrice che alla UE sono stati sottratti gli strumenti principe per salvarsi dallo schianto. Come dire che il circo dell’Unione Europea ha lanciato 17 Stati in acrobazie impossibili e non gli ha messo sotto la rete, che era l’uso delle propria moneta sovrana (lire, marchi, franchi, dracme…) per compensare il crollo di occupazione e salari, per rassicurare i mercati del ripagamento dei debiti e per sostenere le aziende con iniezioni di spesa a deficit mirata alla produttività.

Segnale 1, segnale 2, 3, 4, 5, 6… e poi la terra trema e tutto crolla. Crolleranno gli USA (che si salveranno, ma solo dopo averci travolti), e crollerà l’Unione Europea, e le conseguenze saranno storiche, epiche nelle proporzioni, cioè “una Grande Depressione che i vostri pronipoti studieranno sui libri di scuola”. Ok, questo sta per accadere qui, non in un film. Ora cosa fare.

Stiamo trattando una materia di estrema serietà, che io tento di semplificare da mesi per la comprensione dei cittadini non esperti, e dunque sarei uno sciocco se non dicessi che le soluzioni sono complessissime e tecnicistiche, che richiedono sforzi ad alto livello e organizzazioni che noi cittadini non possiamo neppure iniziare a contemplare. Ma ciò che noi possiamo fare è importantissimo e fattibile. Come sempre ho detto, prima cosa è divulgare queste realtà a chiunque, e non demordere di fronte a sguardi allucinati o risposte come “ma va là, è fantascienza… Barnard è un pazzoide… è colpa di Berlusconi… governo ladro ecc.” (mi scrivono gli operai da tutt’Italia e sono quelle le risposte che i loro colleghi sbottano a fronte di questi temi. A proposito di chi si dà la zappa  sui piedi…). Poi organizzarsi per innanzi tutto chiedere l’apertura di un dibattito pubblico sull’uscita dall’Euro e il ritorno ordinato (cioè con tutele intragovernative contro gli attacchi speculativi) alle monete sovrane. Infine che l’Italia, con propria moneta, sposi un programma di spesa a deficit per creare ricchezza al netto per i cittadini, e che deve andare nella doppia direzione di essere investita in aumenti di produttività nell’economia reale (quella che produce cose vere e non giochi finanziari) e di creare un programma governativo di piena occupazione e pieno Stato sociale. Nel capitolo LA PIENA OCCUPAZIONE ERA POSSIBILE de Il Più Grande Crimine è spiegato che tutto ciò è non solo economicamente possibile, ma vi sono anche i nomi di economisti di statura mondiale che da decenni sostengono la tesi della spesa a deficit e piena occupazione. Infatti vi ricordo che:

1) uno Stato con moneta sovrana può onorare qualsiasi debito pubblico senza problemi e nessuna agenzia di rating lo può strangolare. Il Giappone con Yen sovrano ha un debito doppio rispetto alla Grecia, doppio!, e non solo non è in croce, ma gli investitori sono corsi in massa a rifugiarsi nello Yen in questi mesi.

2) la spesa a deficit dello Stato a moneta sovrana che crei occupazione, investimenti dal pubblico al privato e produttività, non crea inflazione e si auto-cura grazie all’aumento del PIL nazionale, e infine non ha limiti di spesa, essendo denaro che lo Stato NON DEVE PREDERE IN PRESTITO DA ALCUNO, e che crea dal nulla.

3) il debito dello Stato a moneta sovrana NON E’ il debito dei cittadini, ma al contrario è la loro ricchezza.

4) Non c’è alcun potere privato al mondo in grado di sconfiggere uno Stato a moneta sovrana che decida di fare quanto sopra.

Questo ritorno dello Stato a moneta sovrana alla sua funzione primaria è l’unica speranza in assoluto di creare un cuscino di sopravvivenza per i milioni di noi che saranno travolti dal Cataclisma. Per spezzare il piano di storica criminosità del Vero Potere di distruggere l’Europa e creare sacche di lavoro alla cinese qui da noi, non v’è altra strada.