Uno dei ricordi della mia infanzia anni '70 è quello delle letture di gruppo che i miei genitori organizzavano con i loro amici nelle serate di vacanza. E' stato durante queste serate che, all'epoca ancora analfabeta per cause anagrafiche, ho scoperto l'esistenza di Fantozzi e delle incredibili peripezie della sua tragicomica e amara vita di impiegato in una immaginaria megaditta.
Ovviamente non capivo tutto, ma lo trovavo egualmente molto divertente: certe volte, ascoltando alcuni racconti, ho seriamente rischiato di farmela letteralmente addosso dalle risate.
Se quelle letture venivano fatte in albergo, capitava sovente che altre persone mai viste prima si unissero alla compagnia, condividendo tra tutti quei momenti di rilassante e contagiosa allegria.
Più il pubblico era numeroso e più mi pareva di notare come una piccola parte di questi gruppetti, pur ridendo e divertendosi, non sembrava essere più che tanto contagiata dall'ilarità. Pareva che certe volte ridessero più per cortesia che per sincera allegria. La cosa mi incuriosiva molto e quando mi fu spiegato che non tutti si sganasciavano come me ma che alcuni, pur trovando i racconti divertenti non ne coglievano appieno la comicità perché nei loro uffici vivevano situazioni vagamente simili, pensai che mi stessero prendendo in giro.
Come potevo credere che quei racconti avessero qualche attinenza con la realtà?
Ancora oggi mi diverto tantissimo a leggere quelle incredibili storie, ma sempre più spesso mi domando se Fantozzi non sia un destino possibile, piuttosto che il parto di una fertile fantasia.